Tornata la regia nelle capaci mani di Bryan Singer (che del resto fin dalla prima pellicola nel 2000 è stato l’artefice dell’ingresso degli X-men nell’immaginario del grande pubblico) i mutanti della Marvel (con i loro vecchi e nuovi interpreti) si permettono addirittura di giocare con il tempo e la Storia regalando al pubblico uno spettacolo di alto livello (anche grazie a un ottimo 3D che esalta le scene d’azione senza mai distrarre dalla storia), ma anche affondi sulle psicologie e ambiziose riflessioni su temi come la libertà, la speranza e il valore della politica.

C’è in gioco il destino del mondo (dal momento che, con intelligenza, Singer fa capire che le terribili Sentinelle, costruite per eliminare i mutanti, sono destinate a diventare un pericolo per tutto il genere umano), ma in ultimo ciò che decide non sono le acrobatiche battaglie a suon di poteri eccezionali, ma il singolo gesto di un individuo. ,C’è di più, perché, come sottolinea il saggio Charles Xavier, “anche se uno si perde la strada non è perduta per sempre” e così a ognuno è data (e non per astrusi calcoli di fisica quantistica, ma per il dono della speranza che è di tutti, umani e mutanti) la possibilità di fare o rifare la sua scelta (giusta o no).

Come negli altri film della serie dominano due visioni: da un parte la determinazione spietata di Magneto (che per salvare “la specie” sarebbe disposto a sacrificare uno dei suoi) e dall’altra l’apertura e la ricerca del dialogo (apparentemente perdente) di Xavier; è quest’ultima, però, a rendere possibile l’apertura di quel canale tra futuro e passato, ma anche tra esseri umani e mutanti, che rappresenta l’unica speranza possibile.,Al cuore del racconto ci sono in realtà due personaggi: il primo è Mystica (la sempre bravissima Jennifer Lawrence), una sorta di pedina impazzita mossa dal senso di abbandono (da parte dell’amico d’infanzia Charles Xavier, ma poi anche di Magneto, che l’aveva portata dalla parte dei “mutanti cattivi”) e dal desiderio di fare giustizia per i mutanti torturati da Trask a scopi scientifici. È lei la vera posta in gioco di tutta la battaglia, ma ciò che coinvolge e commuove è scoprire che ciò che bisogna fare non è semplicemente muovere una pedina sullo scacchiere per cambiare il risultato, quanto fare appello al cuore e alla mente di Raven/Mystica al di là dei suoi poteri e della sua pericolosità. A farlo è il secondo personaggio chiave della storia: Charles Xavier, che ritroviamo in piena crisi, di fatto dipendente da farmaci che inibiscono i suoi poteri (e quindi la sua dolorosa empatia nei confronti di chi gli sta vicino). Alla fine sarà proprio lui, che da maestro deve avere l’umiltà di tornare semplice compagno di viaggio, a trovare parole che possono più dell’enorme ma distruttivo potere di Magneto.

La pellicola scivola abilmente dalle atmosfere cupe e apocalittiche della cornice (semplice, ma efficacissima) a quelle tese (ma non prive di una bella dose di umorismo) del thriller/spy ambientato in pieni anni ’70, giocando con gli eventi storici più noti (persino l’uccisione di Kennedy – pure lui un mutante – di cui è stato accusato Magneto) e dando vita a scene d’azione davvero brillanti; il carisma ritrovato di Hugh Jackman nei panni di Wolverine ma anche il feeling perfetto tra vecchi e nuovi attori del cast, funziona anche per i tanti nomi di peso coinvolti nell’operazione: i veterani Patrick Stewart e Ian McKellen accanto a una nuova generazione rappresentata dai vari James McAvoy e i già citati Fassbender e la Lawrence (che – val la pena ricordarlo, ha preso il posto della splendida Rebecca Romijn, Mystica nei primi tre film diretti da Singer) colpisce l’immaginario dello spettatore, alle prese con tanti interpreti diversi impegnati su più piani temporali differenti, uniti contro un nemico particolarmente agguerrito.

Un po’, insomma come l’operazione di The Avengers, dove un cast carismatico e tanta ironia sopperivano a certe debolezze di scrittura, questo nuovo capitolo di X men, funziona, anche più dei precedenti, oltre che per il grande mestiere di Singer, per una scrittura di Simon Kingberg (lo stesso di Sherlock Holmes) che gioca bene coi vari registri, tratteggia con intelligenza i vari caratteri e, soprattutto, riesce a non confondere lo spettatore con continue entrate e uscite nella Storia, un po’ sulla falsariga di Inception, il film che decisamente Singer e soprattutto il produttore Vaughn sembrano avere in mente. Ecco, appunto: Vaughn. Oltre a Singer che con questo ultimo capitolo pare avere ritrovato la vena di grande narratore di storie, è proprio a questo giovane talentuoso reinventore di cinecomics che si deve la riuscita del film. Per l’ironia diffusa, per il gusto della citazione (c’è anche il Capitano Kirk nel mondo dei mutanti), per il mix sfrontato tra scenari apocalittici, dramma dell’identità e momenti pià leggeri. Molto riuscito da questo punto di vista l’inserimento, breve ma essenziale e, soprattutto assai divertente, del personaggio di Quicksilver (che si ritroverà, seppur interpretato da un altro attore, anche nel prossimo Avengers), che permette la liberazione di Magneto e contribuisce a dare leggerezza a una vicenda che in altri momenti, invece, tocca argomenti anche ponderosi e, come accennato, non rinuncia a trattare i personaggi con una profondità e complessità che vanno ben oltre il genere del cinecomic. Il cast vecchio e nuovo (non stupisce trovare tra le new entry, nei panni dello scienziato Bolivar Trask, Peter Dincklage, noto al grande pubblico televisivo per la serie Game of Thrones) contribuisce a dare verità e spessore a una vicenda che, come in quasi tutti i film dedicati agli X-Men, è capace di soddisfare sia i fan accaniti dei fumetti che il pubblico digiuno grazie all’ambizione dei temi trattati e alla tridimensionalità dei caratteri. Soprattutto il film è la quintessenza del cinema hollywoodiano al suo meglio: tanto spettacolo, un cast di classe, una narrazione avvincente in grado di far avvicinare i profani al complesso mondo dei mutanti da una parte e di colpire appassionati di cinema di sci-fi e cinecomics e non solo con trovate, omaggi e riferimenti di grande impatto.

Luisa Cotta Ramosino