Terzo capitolo della rifondazione dei Mutanti iniziata con il bellissimo First Class (2011, ambientato ai tempi della crisi dei missili di Cuba) e continuata con Giorni di un futuro passato (2104, che sfruttava il setting anni 70 e univa per la prima volta i “giovani” X-Men con il vecchio cast via Wolverine), questo Apocalisse alza ancora di più l’asticella della sfida e passa dai confronti più “politici” dei film precedenti ad uno pressoché metafisico.

Apocalisse, mutante millenario che ha sfruttato i propri poteri e quelli dei suoi seguaci per diventare immortale e proclamarsi dio, mette alla prova in modi diversi i nostri eroi in una dimensione da fine del mondo preannunciata fin dal titolo. Non è un caso che questa ambigua figura di dio autoproclamatosi, che predica la purificazione del mondo (e in effetti come prima mossa fa scomparire tutte le testate nucleari), ma in realtà ha come obiettivo ultimo la sottomissione e la distruzione, affascini in particolare Erik Lehnsherr/Magneto, nuovamente colpito negli affetti eternamente portato a interrogarsi, come l’Ebreo errante, sull’apparente silenzio di Dio di fronte alla sofferenza del suo popolo (non a caso la scena chiave del suo arruolamento si svolge ad Auschwitz, luogo quanto mai simbolico e punto di inizio dei suoi poteri). Non c’è da stupirsi che nel lutto Magneto subisca la seduzione del “falso Messia” che gli promette la vendetta e una sorta di risanamento del mondo. Proprio come la giovane Tempesta, piccola criminale al Cairo con il mito di Mystica e dell’orgoglio mutante, che in sottotesto potremmo leggere come uno dei tanti giovani orientali sedotti dall’Isis e dai suoi proclami…

L’insistenza sulla dimensione religiosa (quella di Apocalisse e dei suoi quattro distruttivi cavalieri potrebbe essere assimilabile ad una setta) ben si confà al setting anni 80 (i riferimenti all’americana reaganiana sono numerosi e a volte più sottili di quanto sembri), in cui sono immersi anche i personaggi con i loro look certo meno eleganti delle puntate precedenti ma sempre azzeccatissimi. Su tutti spicca il personaggio di Pietro Maximoff/Quicksilver, che qui si ricava un altro paio di spettacolari scene che sono un misto di umorismo e virtuosismo (al solito ottima la scelta della colonna sonora), ma acquista una dimensione in più come figlio in cerca di un padre (lo stesso Magneto, convinto invece di essere ormai privo di famiglia).

L’aspetto positivo degli X-Men – rispetto ad altri gruppi di supereroi – è l’assoluta imprevedibilità dei singoli poteri, che permette di rendere unici i vari personaggi sia dal punto di vista visivo che psicologico (uno su tutti il qui giovanissimo Nightcrowler, il diavolo blu dall’aspetto spaventoso ma dall’animo gentile e profondamente religioso) e dà ai combattimenti una nota assolutamente unica nell’ormai affollatissimo panorama di questo genere cinematografico fondamentale per Hollywood.

Dei personaggi classici al professor Xavier, la voce come sempre dell’inclusione e della tolleranza (e qui anche del dovere di chi è forte di mostrare la propria potenza nella capacità di sacrificio e nella protezione dei deboli, anziché nell’oppressione), si affiancano Mystica, l’eroina solitaria che ritrova il senso della sua missione, e Wolverine, appunto, in un memorabile cameo. Ci si aggiunge un’infornata di giovani in cui spiccano Scott Summers (Ty Sheridan) e soprattutto Jane Grey (Sophie Turner), la telepate dall’immenso potere cui evidentemente il regista affida le promesse migliori per la prosecuzione della serie. Meno elegante e “realistico” dei due capitoli precedenti  e forse un po’ compiaciuto nelle scene di distruzione di massa (del resto con un titolo così… e oramai se non si tenta di distruggere per lo meno un pianeta nemmeno si può aspirare al titolo di blockbuster), questo X-Men resta comunque un gran bello spettacolo cui Brian Singer regala spunti riflessione non banali e una promessa di nuova giovinezza.

Laura Cotta Ramosino