Parlare nel vento. Parlare con il vento. Saperlo ascoltare. I venti sono di guerra, la seconda mondiale, e siamo sul fronte del Pacifico nel 1944. I “windtalkers” del titolo sono indiani Navajo addestrati a comunicare in un codice segreto militare basato sul complicato idioma della loro tribù. Questo codice, mai decrittato dai giapponesi e rimasto segreto per motivi di sicurezza fino al 1968, fu decisivo per la vittoria degli Alleati in alcune battaglie nel Pacifico, soprattutto in quella di Saipan, raccontata dal film. I Navajo, alcune centinaia di volontari, affiancarono i marines sul fronte con il compito di comunicare via radio – utilizzando il codice segreto – informazioni e ordini dei superiori. Incaricati di proteggerli a ogni costo, i marines che fecero loro da scorta avevano un altro segretissimo ordine: quello di ucciderli, in caso di cattura da parte dei giapponesi. Proteggere il codice, prima di tutto.,Stupisce positivamente che questa non somigli a nessun’altra delle pellicole girate da John Woo negli Stati Uniti. Nel suo periodo hollywoodiano, lavorando sempre su commissione, il regista di Hong Kong dovette sacrificare molto della sua poetica, riducendo i suoi interventi autoriali a uno stile di regia sì riconoscibile, che recuperava però solo alcuni dei motivi che lo avevano reso celebre e celebrato in Asia. Inseriti in una sceneggiatura classica di solido stampo hollywoodiano (scritta da John Rice e Joe Batteer), i temi cari al regista ci sono tutti in questo vibrante e dinamico film di guerra, come anche quella sensibilità di stampo cattolico che nei blockbuster Face/Off e M:I-2 sopravviveva in facili simbologie: alle crocifissioni stilizzate e alle famose colombe bianche (qui assenti, ma torneranno nella Battaglia dei tre regni), si sostituiscono qui riflessioni più profonde sul senso di colpa e sul rimorso, sull’etica del sacrificio e sulla dialettica uguale/diverso. Tutto è esplicitato nella storia del soldato Nicolas Cage che, sopravvivendo all’orrore della guerra, scoprirà il valore dell’amicizia e ritroverà la fede. ,Windtalkers, però, come molti film di guerra, parla innanzitutto di comunicazione e incomunicabilità. Il protagonista, nella prima battaglia del film, non vuole ascoltare i suoi soldati che gli chiedono di ritirarsi. Sarà l’unico sopravvissuto di quel massacro e, quasi come pena del contrappasso, diventerà sordo a un orecchio. Dovrà combattere da quel momento in poi con un terribile senso di colpa e, non a caso, riuscirà a rimuoverlo solo quando tornerà ad ascoltare gli altri. Per vincere la battaglia, bianchi e indiani non dovranno superare le loro diversità: dovranno piuttosto sfruttarle. Proprio le loro differenze linguistiche e somatiche saranno decisive per l’esito favorevole della battaglia e quello che dovranno fare è appunto imparare a comunicare, passo decisivo per riconoscersi come un unico popolo e un’unica nazione. L’incomunicabilità, di riflesso, è quella dei Paesi in lotta tra di loro. Quando manca il dialogo, e i tragici eventi di cui ogni generazione purtroppo è spettatrice lo testimoniano, a parlare sono le armi. Ogni film appartenente al genere bellico racconta questo tragico dato di fatto e spera, mettendo in scena nel modo più realistico possibile l’atrocità della guerra, di illuminare le coscienze degli uomini. Spesso è un parlare al vento ma il messaggio esplicito di questo film, intessuto di speranza, è salutare. ,Raffaele Chiarulli