Avvincente rockumentary firmato da Tom DiCillo (Johnny Suede, Si gira a Manhattan). È il racconto appassionato e particolareggiato della vicenda musicale dei Doors e di quel personaggio controverso che fu Jim Morrison. DiCillo, con la benedizione di Ray Manzarek, Robbie Krieger e John Densmore, i tre componenti la band sopravvissuti a Morrison, realizza un documentario dal taglio cronachistico, utilizzando materiale anche inedito (tra cui alcune sequenze dell'introvabile HWY: An American Pastoral, mediometraggio scritto e interpretato dallo stesso Morrison con la collaborazione di Paul Ferrara). Lo scopo è quello di restituire il fascino di un personaggio come Morrison ma anche di raccontare un pezzo di storia americana, quella della seconda metà degli anni 60, l'America del Vietnam, degli omicidi Kennedy e della Controcultura giovanile. Il risultato è felice, sia perché DiCillo non cade nella tentazione agiografica, né nel racconto sin troppo romanzato e barocco con cui Oliver Stone in The Doors (1991), aveva cercato di avvicinarsi al personaggio Morrison. No, DiCillo scava nel profondo il fenomeno “The Doors” innanzitutto restituendo il giusto merito agli altri componenti la band, il cui ruolo, soprattutto grazie a Manzarek e Krieger, fu fondamentale per la poetica e la rivoluzione musicale dei Doors. In seconda battuta, il regista di Delirious cerca di cogliere un'ipotesi di senso nel viaggio contraddittorio e ambiguo di Morrison, sempre più solo con se stesso album dopo album, personalità inquieta, assetata di vita ma segnata irrimediabilmente da abusi di sesso, alcool e droga. Lungi però dal ridurre il film a semplice racconto morale, DiCillo prende sul serio il mondo poetico e sognante dei Doors che allora incarnavano perfettamente l'utopia sessantottina. Segue gli errori di prospettiva a livello artistico e musicale della band, sottolineando ad esempio come Manzarek & Co. dopo una prima fascinazione verso il mondo delle droghe e degli acidi, presero nettamente le distanze per seguire suggestioni diverse, come il mondo della riflessione contemplativa; non manca di mostrare anche i punti più bassi della carriera dei quattro, dai dischi commerciali e deludenti dal punto di vista musicale e poetico, al rapporto tutt'altro che idilliaco dei quattro nell'ultimo periodo e anche al rapporto col pubblico e coi fans deterioratosi dopo i noti fatti del 1969 a Miami. DiCillo insomma, non si concentra solo su Morrison che comunque si cerca di spiegare ai non addetti ai lavori e ai non fan. Fenomeno mediatico o giovane sensibile imprigionato in un sarcofago di lucertola? Questo si chiede il regista. E la domanda rimbalza allo spettatore. La risposta, complessa, non univoca, certo non definitiva è che Morrison fu un giovane di belle speranze, segnato dalle proprie fragilità relazionali, dotato di un carisma unico così come di una patologica tendenza all'autodistruzione, capace di mettere in piedi dal nulla un fenomeno come i Doors e allo stesso tempo capace anche di rifiutare qualsiasi tentativo da parte dei compagni musicisti e della fidanzata Pam di ritornare nel mondo e di ritrovare la pace. Un uomo che, come racconta la voce guida di Johnny Depp (doppiata da Morgan nella versione italiana) anche per reazione a una famiglia che non seppe mai amarlo, si votò alla disubbidienza contro tutto e tutti, anche contro se stesso. Senza compromessi, certamente, ma anche senza amore.,Simone Fortunato,