In West Side Story siamo a New York nel 1961, periodo di grandi cambiamenti urbani e sociali. Nel quartiere di West Side si affrontano due gang rivali, i Jets (composta da figli di immigrati italiani o polacchi), e gli Sharks (composta da portoricani immigrati). Durante una serata di ballo, Tony e Maria si incontrano e si innamorano; ma la rivalità tra le bande rischia di rendere impossibile la loro storia.

Steven Spielberg sessant’anni dopo realizza il remake del musical di Leonard Bernstein, Stephen Sondheim e Arthur Laurents del 1957 (a sua volta ispirato a Romeo e Giulietta di Shakespeare), portato al cinema nel 1961. Canzoni, coreografie, musiche sono rimaste pressoché identiche a dimostrazione della fedeltà del regista per un film amatissimo dalla madre e che lui dedica al padre. Una storia del passato che parla al presente; nel 1961 l’integrazione nella società americana sembrava molto difficile da raggiungere anche se si era nel pieno del sogno americano. Il messaggio che Spielberg sottolinea è che i problemi di allora esistono anche oggi e sembrano insormontabili; le gang si sfidano tra le macerie di un quartiere in ricostruzione, ma quelle macerie esistono anche oggi e il sogno americano forse non si è mai realizzato.

West Side Story è un film di grande regia, montaggio e cura di ogni dettaglio; la bravura di Spielberg è innegabile e si conferma. Sono deboli però le performance dei due protagonisti, Tony (Ansel Elgort) e Maria (Rachel Zegler) e questo è un forte limite. Più convincenti David Alvarez nei panni di Bernardo, capo degli Sharks, e di Ariana DeBose in quelli di Anita, compagna di Bernardo (nel cast anche Rita Moreno che, nel film del 1961 impersonava Anita). Complessivamente ne emerge una storia a tratti poco coinvolgente (complice anche la lunghezza del film) che rischia di appassionare solo gli amanti del genere musical.

Aldo Artosin

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