Gran bel classico sull'amicizia con il diverso firmato da Steven Spielberg che riprende i temi a lui più cari raccontando una vicenda di eroi, innocenza perduta e speranza. Quello di Spielberg è sempre stato un cinema di intrattenimento ma anche capace di dare corpo e anima ai personaggi, soprattutto, nei suoi momenti migliori, è stato un cinema di legami. Se addomesticare, per dirla con Saint-Exupéry vuol dire innanzitutto creare dei legami, il grande regista americano ha raccontato proprio questo: la favola positiva di E.T. e anche quella più inquietante di Incontri ravvicininati del 3° tipo raccontavano le tappe di un incontro con il diverso e di un legame che si instaurava con esso; la tragedia cupa di Schindler's List era squarciata dalla positività di un'amicizia tra due uomini e lo stesso si può dire di altri film come Amistad, A-I, The Terminal, Prova a prendermi. Così, sin dalle prime sequenze, War Horse è segnato da un rapporto a due: il giovane Albert e il puledro che si guardano, si studiano e cominciano ad affezionarsi. Il cavallo Joey e il capitano, le lettere mandate dal capitano ad Albert, la vicenda collaterale e commovente dei due fratelli tedeschi, il rapporto stesso che si instaura tra i due cavalli. E ancora: la parentesi in Francia con il nonno e la bambina, i due soldati, uno tedesco e l'altro francese che salvano Joey dalla terra di nessuno in una scena di fraternizzazione impossibile che riprende fatti della storia vera già all'origine di un film di qualche anno fa, Joyeux Noel. Sembra che in un film che parla soprattutto della crudeltà della guerra che “porta via tutto a tutti”, questo cavallo bello, forte e miracoloso riesca a catalizzare il meglio dell'uomo, diventando emblema di speranza. È questo uno dei tanti temi che innervano un film apparentemente semplice e girato con la consueta, ma non scontata, tecnica magistrale dal regista americano che sembra guardare nello stile e nei contenuti al cinema di John Ford e al suo western morale, come si vede bene nello splendido finale con i personaggi stagliati nel tramonto. La messinscena è perfetta: scenari che tolgono il respiro, interpreti efficaci che hanno l'umiltà di far da spalla al cavallo, scene di massa dirette con grande senso dello spettacolo e girate alla vecchia maniera con lunghissimi carrelli, tante comparse, effetti speciali ridotti al minimo. E uno sguardo sui personaggi, anche su quelli in campo avverso, positivo e non riduttivo. Spielberg sa cosa è la guerra avendola raccontata con un taglio di un realismo angoscioso in un film come Salvate il soldato Ryan (a proposito: altro film segnato da legami e distacchi) e sa cosa è stata la prima guerra mondiale: la prima guerra moderna, il primo massacro di massa in cui sono morte centinaia di migliaia di uomini, civili e animali, il canto del cigno della cavalleria, falciata e massacrata su entrambi i fronti da armi semiautomatiche, carri armati e cannoni. Spielberg decide però di raccontarla con un taglio diverso eliminando totalmente il sangue e concentrandosi su poche morti esemplari mostrate con grande pudore e commozione e capaci, in una manciata di secondi, di suggerire l'orrore e la tragedia di un conflitto che ha strappato alla luce tante giovani vite.,Uno sguardo raro nel cinema contemporaneo, capace di mettere se non davanti, almeno a fianco delle logiche spettacolo che Spielberg conosce a menadito, l'amore e la commozione vera per i personaggi in gioco, per le loro scelte più o meno coraggiose: un umanesimo laico capace di trovare elementi di speranza anche in tempi cupi come quelli della guerra, della peggior guerra.,Simone Fortunato