Verity Crawford ha costruito la sua carriera di scrittrice di bestseller intorno a personaggi e atmosfere violenti e passionali, perversi e oscuri. Ora che un incidente stradale l’ha paralizzata a letto il marito, Jeremy, ha assunto la giovane scrittrice Lowen Ashleigh, che pratica lo stesso genere, per completare da ghostwriter gli ultimi, attesissimi capitoli della sua serie di romanzi. 

Le stesse tinte, cupe e distorte, evocate dai romanzi di Verity sono quelle che prova a richiamare anche il film. Un mix di inquietante mistero, sensuale seduzione e depravazione concentrato intorno alla lussuosa casa nel Vermont della famiglia Crawford, dove Lowen si stabilisce per studiare le carte e gli appunti dell’immobile scrittrice. 

Il regista Michael Showalter, che in questa pellicola, adattamento abbastanza fedele dell’omonimo romanzo di Colleen Hoover, tinge di toni più scuri e torbidi la sua classica commedia romantica, è abile nel non voler consegnare allo spettatore tutto troppo presto, di concedersi, al contrario, una costruzione calcolata della suspence, tanto per l’aspetto noir quanto per l’intreccio sentimentale. 

Il film presenta così una prima metà solida, che lascia presagire il mistero che si annida dietro a Verity ma senza renderlo prevedibile, confondendo le acque, dissimulando la verità proprio come era tanto abile a fare la scrittrice. Il confinamento della vicenda all’interno quasi di un unico luogo, la casa, e intorno a tre personaggi, Verity, Jeremy e Lowen, riesce a concentrare l’intensità e a rilasciarla quando serve. Anche le performance dei tre protagonisti sembrano funzionare: una Anne Hathaway/Verity divisa tra la forte seduttività pre-incidente e la miseria della sua situazione successiva, Dakota Johnson/Lowen credibile nelle sue varie sfaccettature emotive e Josh Hartnett/Jeremy particolarmente affettuoso e quasi ironico. 

Quello che non funziona, purtroppo, è l’intero atto conclusivo. Due importanti rivolgimenti di trama, infatti, dovrebbero rappresentare il climax della vicenda ma, se già il primo risulta un po’ tirato e cervellotico, anche se in fondo scusabile, il secondo, che pare fin troppo fine a sé stesso, mette a dura prova la sospensione d’incredulità ed è presentato più attraverso un lungo “spiegone” che tramite la forza delle immagini. Si va in questo modo a dissipare tutta la tensione crescente che si era creata e il risultato è quasi di non voluta ilarità. La sensazione conclusiva è che delle buone premesse a livello narrativo, accompagnate da un discreto livello tecnico, risultino alla fine disperse a causa di un’aggiunta eccessiva di elementi e della preferenza verso mirabolanti colpi di scena in chiusura a discapito di una linearità espressiva.

Tommaso Kadolph

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