Alla Mostra del Cinema di Venezia, in corso al Lido dal 29 agosto e fino all’8 settembre, non sono stati pochi in questi giorni delusioni o film non del tutto convincenti. Ma poi basta l’arrivo di un nuovo grande film e ci si rallegra subito…

Il francese Jacques Audiard approda alla 75ma Mostra con una inedita ricetta western e fa centro. Con il film The Sisters Brothers, tratto dall’omonimo romanzo di Patrick DeWitt, Audiard gira per la prima volta una pellicola interamente in inglese (coproduzione francoamericana) e s’immerge nel genere più americano di tutti per sfruttarne le potenzialità e ribaltarne gli esiti. Siamo nel 1851, in America tutti cercano l’oro, pochi lo trovano e tutti gli altri si accontentano di sopravvivere con poco ordine e tanto alcool: Audiard ci accompagna attraverso il viaggio dei due fratelli Sisters, cacciatori di taglie dalla dura pellaccia che si improvvisano cercatori d’oro insieme a un detective e a un chimico dalle belle speranze, prima ricercato dai tre e poi divenuto loro compagno d’avventure. Pur immettendosi nel solido terreno del western condito con tanto di sparatorie e azione pura, l’opera di Audiard vuole innanzitutto trascendere le dinamiche tradizionali; la mitologia western del viaggio on the road alla ricerca della fortuna viene traslata grazie a una sempre più profonda introspezione dei personaggi protagonisti, animati da qualcosa di più dell’amore per il vile denaro. Con delicatezza impariamo a conoscere Charlie ed Eli Sisters, fratelli legati da un affetto profondo e da una infanzia difficile, eppure profondamente diversi per sensibilità e percezione del mondo: le disavventure della loro compagnia diventano ben presto l’occasione per un cambio di prospettiva nelle vite dei quattro personaggi che si uniscono nella parte finale del film. Ci spostiamo passo passo in questo viaggio di formazione con grande piacere, grazie anche a prove attoriali d’eccezione (una su tutte, quella del magnifico John C. Reilly, ma ci sono anche Joaquin Phoenix, Jake Gyllenhaal e Riz Ahmed) e a momenti di ironia intelligente che guidano attraverso la metamorfosi, in particolare, dei due fratelli. La corsa all’oro era solo un pretesto, la ricerca della felicità (come il desiderio di una casa o di una famiglia, per esempio) è il vero scopo. E i cowboy, dura pellaccia e cuore tenero, solo dopo le dure prove della vita riscoprono la semplice gioia di un bagno caldo, di lenzuola pulite e un pasto fatto da mani amorevoli. Lo ritroveremo tra i film premiati sabato? (Maria Letizia Cilea)

È invece una grossa delusione Napszállta (titolo internazionale Sunset) di Laszlo Nemes, secondo film dopo Il figlio di Saul, sulla tragedia dei campi di concentramento nazisti dove furono coinvolti gli ungheresi, che gli fece vincere numerosi premi tra cui il premio Oscar per il miglior film straniero. Si parla ancora di una pagina di storia magiara, ma ora siamo nel 1913 alla vigilia della Prima guerra mondiale: a Budapest, seconda città per bellezza e sfarzo dell’Impero austroungarico dopo Vienna, apparentemente tutto è eleganza, lusso, benessere. Nel grande negozio di cappelli di modi Leiter –  dove arrivano ricchi borghesi, nobili e perfino i principi reali – giunge la giovane in cerca di impiego Irisz Leiter, figlia degli antichi proprietari morti in un incendio quando aveva due anni, che tutti guardano come fosse un fantasma. Oltre al tragico incidente, da cui la rovina del negozio poi “salvato” dal nuovo proprietario Oskar Brill, molti fanno riferimento a un fratello che lei non ha conosciuto che si è macchiato di crimini orrendi… Il suo ritorno a Budapest dopo tanti anni, che tutti maledicono, sembra presagio di grandi sventure, proprio mentre il grande ritrovo commerciale e di moda celebra con una grande festa i trent’anni di attività. Con uno stile ansiogeno ma – al contrario che nel film precedente – affatto avvincente – vediamo la povera ragazza con gli occhi perennemente sbarrati cercare la verità e fuggire dalle sue conseguenze, in continue peregrinazioni diurne e notturne che stancano lo spettatore. Poi, pian piano, il quadro diventa sempre più fosco e apocalittico, tra corruzione morale delle classi dirigenti e scoppi di violenza di chi vorrebbe travolgere tutto con una rivolta purificatrice. Mentre quello che sembrava un giallo esistenziale diventa un apocalittico e confusissimo apologo sulla fine di un’epoca. In 140’ assolutamente esagerati per quello che si voleva mostrare. (Antonio Autieri)

Non meno deludente è, Fuori Concorso, La Quietud di Pablo Trapero. Eugenia (Berenice Bejo) fa ritorno in Argentina quando il padre, anziano notaio, ha un ictus e finisce in coma. Qui riabbraccia la sorella Mia e la madre Esmeralda. Le donne si ritrovano a La Quietud, grande tenuta di famiglia immersa nel verde. L’occasione, seppur nella sua drammaticità, le mette nella condizione di dover fare i conti con il passato della famiglia, arricchita grazie ad affari sporchi e alla collaborazione con la dittatura, e con il presente, complicato non solo dal legame insano e morboso che hanno sviluppato negli anni, ma anche dai rapporti sentimentali con gli uomini che le circondano e dalla differente relazione che hanno con la madre, che nutre un grande amore nei confronti della prima e un grande odio nei confronti della seconda. Pur con alcuni elementi che ricorrono, vedendo il nuovo film di Trapero i tempi del Leone d’Argento del 2015, ricevuto per l’imperdibile Il Clan, sembrano davvero un ricordo lontano. Tra segreti e bugie, verità nascoste o taciute, risentimenti, rancori, il regista argentino prova a ricreare le atmosfere del film precedente attraverso i drammi di una nuova famiglia disagiata, ma si perde in una narrazione ingenua, disarticolata e caricata da troppi e inutili colpi di scena, immagini di sesso gratuite e scelte finali che vogliono furbescamente strizzare l’occhio a tempi (e temi) attuali. Tutto questo per sottolineare qualcosa che è evidente fin dall’inizio: il legame assurdo di amore e odio tra due donne dalle psicologie disturbate. Più interessato a suscitare scandalo che a raccontare una vera storia, il regista lascia nello spettatore un forte senso di disagio e delusione. (Marianna Ninni)

Fuori concorso è passato anche un esempio di grande serie tv spesso “ospitata” (nei festival, ma anche nei cinema) sul grande schermo. Le prime due puntate della serie tratta dal successo mondiale della trilogia letteraria di Elena Ferrante, L’amica geniale, sono infatti passate ieri in anteprima a Venezia (e andranno anche nei cinema nei giorni 1-3 ottobre). Geniale è l’amica, ma geniale è anche la regia di Saverio Costanzo, che continua a mostrare, senza ostentazione, la sua grande capacità di mettere al centro dello schermo i bambini e le loro storie. Lila (la bimba è Ludovica Nasti) è geniale, disegna, scrive libri, e sogna il successo (monetario) leggendo Piccole donne insieme a Elisa (Elena Greco), che geniale non lo è, ma è intelligente e grintosa. Lo studio è un peso economico per le loro famiglie e le madri, troppo matrigne, non vorrebbero che un futuro di manovalanza. Le atmosfere di un quartiere napoletano ricostruito (forse troppo) fanno da sfondo alle dinamiche familiari, le invidie dei vicini e le presenze ingombranti del boss di quartiere. Come ne La solitudine dei numeri primi, Costanzo crea tensione e passione e la sua grazia registica restituisce peso e bellezza al mondo di Elena Ferrante. (Emanuela Genovese)

Infine, attesissimo dai fan dello scrittore e disegnatore Zerocalcare era La profezia dell’armadillo, versione cinematografica della graphic novel cult che vede alla regia Emanuele Scaringi, con Simone Liberati nei panni del protagonista Zero, giovane che cerca di vivere attraverso i suoi disegni e altri lavoretti ma è afflitto da pigrizia e inettitudine, mentre Valerio Aprea (grande caratterista, visto per esempio nella serie Boris e nella trilogia Smetto quando voglio) dà voce all’Armadillo, personaggio immaginario che è una sorta di Avatar o coscienza critica costantemente accanto a Zero con le sue massime paradossali e “scorrette”. Con una madre ansiosa (Laura Morante) e un amico sciroccato come Secco (Pietro Castellitto), Zero passa le giornate tra abbrutimento volontario e malessere per i suoi stessi atteggiamenti, quando la notizia della morte di un’amica del liceo di cui si era innamorato lo manda in crisi. Ma fino a un certo punto, perché certe domande finiscono in vacca (magari suscitando una risata) se non hai interlocutori cui porle. Simile a tanti altri film generazionali degli ultimi decenni (il migliore rimane Ecce bombo, tanti sono modesti ma non pochi mescolavano comicità e urgenze esistenziali sincere), La profezia dell’armadillo aggiorna ovviamente lo stile ai nostri giorni – con qualche riferimento ai giorni di G8 di Genova 2001 che forse a un ragazzo di oggi dice poco – ma nella sostanza ripropone una formula già vista. Senza riuscire ad avvicinarsi – nonostante la collaborazione dello stesso Zerocalcare – l’anarchia delle tavole disegnate dove pensieri, figure e parole (anche forti) si accumulano con grande “libertà”, mentre al cinema per stare su quel livello servono registi visionari e un po’ folli. E rimane anche alla fine, tra tanti spunti interessanti – ma non inediti – l’impressione di  una certa maniera se non superficialità di fondo, che sommati al “romanesco” spinto frena molto le possibilità di immedesimazione oltre la schiera dei fans di Zerocalcare. (Ant.Aut.)