Partita tra non pochi problemi per gli accreditati (sono aumentati rispetto allo scorso anno, ma i posti sono sempre dimezzati causa distanziamento da norme anti Covid), la Mostra del cinema di Venezia è stata inaugurata – dopo la consegna del Leone d’oro alla carriera a Roberto Benigni – da Madres Paralelas, nuovo film di Pedro Almodovar in concorso per il Leone d’oro.

Due donne partoriscono nello stesso giorno nello stesso ospedale: sono la quarantenne Janis (Penelope Cruz) e la minorenne Ana (Milena Smit). Entrambe sono madri single, danno alla luce due bambine, e tra loro nasce un’amicizia, che le porta a frequentarsi e condividere i problemi. La giovane Ana ha un rapporto travagliato con la madre (Aitana Sanchez-Gijon), attrice di teatro che non vuole sacrificare la carriera per la figlia., mentre Janis ha deciso di estromettere Arturo (Israel Elejalde), padre di sua figlia, dalla sua vita.

Che Pedro Almodovar prediliga le storie al femminile non è una novità: anche questa volta c’è un unico uomo nel film, ma il suo ruolo è del tutto tangenziale alla storia. Il problema di Madres Paralelas è l’accumulo, come capita spesso nei film del regista spagnolo. Ad Almodovar piace mettere tanta carne al fuoco, convinto che lo spettatore più cose trovi, più si appassioni. Il risultato è una storia di grandi sentimenti, che mescola amore materno, storia della guerra civile spagnola, innamoramento omosessuale, problemi giuridico-sanitari e conflitti di famiglia. Un po’ troppo per sviluppare i personaggi come meriterebbero. Penelope Cruz è brava a portare gran parte del peso del film sulle spalle, ma una più equilibrata distribuzione della storia l’avrebbe valorizzata, invece che renderla una sorta di telenovela sudamericana in condensato. (Beppe Musicco)

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Sempre in concorso, ritorno in laguna di Paul Schrader: dopo il parzialmente deludente First Reformed – La creazione a rischio presentato nel 2017 alla 75ª edizione della Mostra, con The Card Counter il regista statunitense fa colpo con una storia di redenzione e vendetta. William Tell è un ex soldato scelto, ex galeotto e brillante giocatore di blackjack: viaggia di stato in stato e di casinò in casinò, occupando il tempo e accumulando piccole vincite. Quando durante una delle sue sessioni di gioco incontra un ragazzino di nome Cirk in cerca di vendetta per suo padre, il passato burrascoso di William tornerà a tormentarlo, rivoluzionando i suoi equilibri e costringendolo a mettere in discussione l’intera sua esistenza.

Il dilemma del perdono e i drammi che esso porta con sé sono il fulcro dell’intera storia portata sullo schermo da Paul Schrader, che dopo qualche intoppo produttivo causato dalla pandemia riesce a regalare al pubblico della di Venezia uno dei più bei film in concorso visti finora. In uscita nei cinema di tutto il mondo il 3 settembre 2021, The Card Counter – in Italia in sala con il titolo Il collezionista di carte – porta con sé il fascino dei veri film da festival, capaci non solo di metterci di fronte pezzi d’arte finemente realizzati, ma anche di trasportarci nel cuore delle storie che raccontano facendoci sentire parte di esse. Schrader ci catapulta dunque in un thriller ad alta tensione, dominato da un Oscar Isaac duro e tenero insieme, che per due ore detta il ritmo di un racconto fatto di violenza, amore e riscatto; insieme a lui il giovane Tye Sheridan nei panni di Cirk, giovane dal passato travagliato in cerca di vendetta per suo padre suicida: c’entrano un ex maggiore dell’esercito sadico e malvagio (il sempre inquietante Willem Dafoe) a capo di una prigione infernale ancora a piede libero, il gioco d’azzardo e la volontà di ricominciare a vivere. E di più non raccontiamo per non svelare ulteriori fondamentali dettagli: godetevi la suspense, fate attenzione alle scene forti e apprezzate i benefici delle grandi storie raccontate bene.(Letizia Cilea)

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Oggi spazio anche il primo dei cinque film italiani in concorso: È stata la mano di Dio. Una bella sorpresa, il nuovo film di Paolo Sorrentino (distribuito da Netflix a metà dicembre, con un passaggio nei cinema a fine novembre), che lascia da parte atmosfere barocche, personaggi curiali più o meno inquietanti, fotografia al limite del lezioso, per tornare all’asciutta realtà, sempre che si possa definire “asciutta” la ricchissima vita della famiglia Schisa negli anni 80 a Napoli, nel periodo di massimo splendore di Diego Armando Maradona.

Cordialmente autobiografico, il film ha toni veloci e ritmati, ricco di personaggi ben sfaccettati e con ruoli degni della commedia dell’arte: la bella zia pazza (Luisa Ranieri), la coppia di genitori cui basta un fischio per intendersi (Toni Servillo e Teresa Saponangelo, colossali), una serie di parenti e conoscenti che riempiono vita e casa del giovane Fabio (Filippo Scotti), che di fronte ai rovesci che il destino gli mette davanti, decide di cambiare il punto di vista («La realtà è scadente, per questo voglio fare il cinema»).

Tra contrabbandieri con la passione per l’offshore, anziane nobili decadute, cugini truffatori e fidanzati tracheotomizzati, Fabio troverà il dolore da cui partire per iniziare a raccontare storie. Ancora un omaggio a Fellini nel finale: come ne I vitelloni, sarà un bambino ad assistere alla partenza del protagonista per una nuova vita: un augurio di speranza e di nuove possibilità. (Beppe Musicco)

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Nella sezione Orizzonti concorre invece Les Promesses, thriller politico di Thomas Kruithof, regista e sceneggiatore al suo secondo lungometraggio. Cleménce, agguerrita sindaca di un degradato sobborgo parigino, deve scegliere tra concludere il mandato o cogliere un’ultima occasione per rilanciarsi in politica: cosa ne sarà però delle promesse ai cittadini, portate avanti per anni insieme al suo fiducioso capo dello staff?

Nonostante la solida interpretazione di Isabelle Huppert, nei panni della sindaca impegnata ma tentata dall’ultima fetta di potere, il thriller rimane piuttosto acerbo: pur cercando di raccontare con realismo la gestione politica delle banlieues parigine (che fa letteralmente acqua da tutte le parti), rischia di smarrire lungo la strada proprio le motivazioni della protagonista, lasciando che i personaggi secondari giochino le mosse più incisive. (Roberta Breda)

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Come noto, a Venezia, non c’è solo la selezione ufficiale della Biennale. Per l’Apertura di Notti Veneziane, spazio off realizzato dalle Giornate degli Autori in collaborazione con Isola Edipo, è passato Welcome Venice, nuovo film di Andrea Segre (già apprezzato per Io sono Li e L’ordine delle cose). Un film assolutamente contemporaneo. Tre fratelli vivono nella Venezia depressa abbandonata dai turisti all’epoca della lunga pandemia che stiamo vivendo. Quando uno dei tre muore improvvisamente, gli altri due si dividono sulle prospettive future: vemdere la casa di famiglia per farne un elegante appartamento per i ricchi turisti straneri che prima o poi torneranno o continuare la tradizione di pescatori nell’isola della Giudecca? Attraverso uno spaccato di famiglia, e con il supporto di attori bravissimi e perfetti nei rispettivi ruoli, Segre gioca su temi universali (l’attaccamento alla tradizione che rischia di diventare ossessione, la ricerca di nuove forme di sostentamento che rischia di disperdere le proprie radici, la trasformazione di una grandi città piena di Storia e di Arte in un parco giochi per turisti globalizzati; ma anche affetti e rancori che si sviluppano nel microcosmo famiglia) in una storia appunto contemporanea. Tutto convince tranne l’accumulo di finali, e l’ultimo ci sembra davvero di troppo. Ma il film merita, eccome. (Antonio Autieri)

Nella foto grande: “Madres Paralelas” di Pedro Almodovar

Il primo video dei nostri inviati a Venezia: