Altri film in gara si susseguono alla Mostra del Cinema di Venezia. Approdato, dopo vari passaggi a Cannes, al concorso veneziano il grande regista giapponese Kore-eda Hirozaku (autore degli splendidi Father & son e Little sister) porta con The Third Murder (nella foto) un giallo esistenziale oscuro e sempre più teso ma anche intricato e a tratti un po’ noioso. Ma che cresce con il passare dei minuti: il giallo sembrerebbe scontato, dacché vediamo subito un uomo uccidere un altro in riva a un fiume, e poi dar fuoco al cadavere. Arrestato, l’uomo – reduce da trent’anni di carcere per un altro delitto – confessa subito. E rischia la pena di morte. Ma due avvocati scafati e che sanno il fatto loro puntano a derubricare il delitto (non c’è stata rapina, come sembrava inizialmente) a un fatto per motivi personali (l’uomo era il suo ex datore di lavoro, che l’aveva licenziato), per “alleggerire” l’assassino e fargli avere l’ergastolo. L’uomo in carcere peraltro inizialmente non collabora, sembra assente, dice e si contraddice. E il movente non trapela. Fino poi ad accusare la moglie del morto di averlo assoldato, ma la cosa pare poco credibile. E quella figlia della vittima, che zoppica vistosamente (perché?), che legame aveva con l’omicida? E in che rapporti era con il padre? Troppi misteri, e troppe verità che si accavalleranno, lasciando sempre più confuso l’avvocato – inizialmente interessato solo alla soluzione più “vantaggiosa”, non a quella più giusta – che prende sempre più a cuore il caso. E anche lo spettatore, pur spiazzato da troppi cambi di prospettiva. Ma rimane qualcosa alla fine del film, tra una ricerca della verità cui non può rinunciare anche uno scaltro avvocato, i sentimenti reconditi di persone che non li mostrano, una vita che pareva sprecata e che invece può recuperare in extremis un significato. (aut)

madre

Con Mother!, Daren Aronofsky porta alla Mostra di Venezia, dopo Il Cigno nero, un film che ha come protagonisti Jennifer Lawrence e Javier Bardem. Lei è una giovane donna devota alla casa, alla cura dei dettagli, che ha riportato in vita la casa bruciata di colui che, grande scrittore, è diventato suo marito. Ora lui è in crisi di ispirazione e quando bussa un medico (Ed Harris) alla porta della sua casa isolata, in mezzo al verde, lo scrittore non ha dubbi. Deve dare ospitalità a quello che si rivela un suo ammiratore, e anche a sua moglie (Michelle Pfeiffer). Ha spiegato il regista: «Ho scritto la prima bozza di Mother! in soli cinque giorni. Non sono in grado di dire con esattezza dove affondino le radici di questo film. Alcune cose sono state ispirate dai titoli in prima pagina, altre dalle continue, interminabili notifiche che ci arrivano sul cellulare, altre ancora dall’avere vissuto l’uragano Sandy, mentre altre sono sgorgate direttamente dal mio cuore e dalle mie emozioni più profonde». Parole che ci fanno comprendere quanto il film, nella sua follia narrativa e nello sviluppo assurdo degli eventi, non sia un film riuscito, soprattutto nel finale disarmante che ha spinto giornalisti e pubblico a fischiare durante la prima proiezione veneziana. Si può dire che Aronofsky, pur avendo il talento di non cadere nel banale e nell’ovvio, ha però il limite di non dare una giusta forma ai personaggi e ai territori che esplora. Guardando Mother! si ha l’impressione di rimanere in un caos filmico, ancora in uno stadio embrionale, dove le numerose e, a volte sconclusionate, scelte narrative avrebbero potuto generare tante altre storie. (eg)

una-famiglia

Poco caos ma tanto squallore invece nella vicenda raccontata da Sebastiano Riso in Una famiglia, secondo film italiano in concorso. Poco apprezzato dalla critica, il film vede i protagonisti Micaela Ramazzotti e Patrick Bruel nei panni di due coniugi che hanno messo in piedi da tempo una “fabbrica di figli” casalinga: il tema dell’utero in affitto o della maternità surrogata mostrato in angoli di una Roma più cupa e angosciosa che mai. Lei vorrebbe smettere e desidera vivere la maternità per sé e fare con il marito una vera famiglia; ma lui, padre-padrone, vuol continuare nella sua opera remunerata da coppie (non solo ricche). Le cose prenderanno una piega sempre più drammatica. Un film francamente poco riuscito, modesto nella fattura seppur ambizioso nello stile, recitato discretamente ma senza mettere in luce il meglio degli attori, con dialoghi a volte piatti e una narrazione poco avvincente. Non una buona performance per il nostro cinema (aut).

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Francamente incomprensibile, poi, la presenza in concorso di un ponderoso documentario di oltre tre ore e un quarto – e la gran parte dei critici ha lasciato il film a proiezioni in corso – come Ex Libris, diretto da uno dei maestri del genere Frederick Wiseman che è già stato 7 volte alla Mostra e già premiato con il Leone d’oro alla carriera: ma mai in concorso, e ci sarà stato un perché. Inizialmente emozionante come una lezione di astrofisica, fluviale, poi con momenti in cui trapela l’amore per la cultura del regista e il ruolo della Biblioteca Pubblica di New York nel preservarla e diffonderla a tutti. Ma, francamente, la collocazione in concorso è un’inutile provocazione. (aut)

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A undici anni da The Queen Stephen Frears torna ad occuparsi della Royal Household d’Inghilterra con Vittoria e Abdul, portando stavolta in scena la storia della controversa amicizia tra la regina Vittoria alla fine del suo regno e un suo attendente di origine indiana, Abdul Karim. Presentato fuori concorso, il film gioca sin dall’apertura su un’ironia sottile tipicamente british e sui contrasti tra il mondo ingessato e cerimonioso della corte inglese e quel mondo che la Regina e Abdul si costruiscono, riservandosi il piacere della scoperta dell’altro, dello scambio delle rispettive culture e confidenze e causando lo scandalo e l’ira dei propri dipendenti a palazzo. Tali scontri reggono il ritmo di una buona parte del film, creando situazioni e dialoghi brillantissimi quanto divertenti, senza mai però scadere nel kitsch o nel macchiettistico e mantenendo un buona credibilità dei personaggi. Tuttavia la leggerezza con cui alcuni interessanti spunti vengono disseminati nel corso della storia – vari i riferimenti al tema del colonialismo e dell’ingabbiamento nei ruoli imposti dalla società – non permette di approfondirne alcuno, e nella seconda parte il film sembra perdersi in un gioco di ironie acute che alla lunga stancano e sembrano far ripiegare il film su se stesso verso un finale forse un po’ prevedibile, che ha comunque il merito di elevare il valore di un’amicizia sincera. Come la regina Vittoria, innamorata solo della parte più patinata ed appariscente della cultura indiana, il film non pretende andare oltre la superficie degli spunti accennati, pur divertendo con leggerezza, sagacia e offrendoci l’ennesima incredibile interpretazione di Judi Dench, ancora iconica vent’anni dopo la Vittoria del Mrs. Brown (in Italia uscì come La mia regina) di John Madden. (lc)

(recensioni di Antonio Autieri, Letizia Cilea, Emanuela Genovese)