L’avevamo previsto, appena usciti dalla proiezione di Poor Things (che uscirà in Italia con il titolo Povere creature!): questo vince il Leone d’oro, ci eravamo detti io e gli altri redattori di Sentieri del Cinema. La visionarietà dei film di Yorgos Lanthimos è ben conosciuta e apprezzata dalla critica (anche se non sempre dal pubblico). Storie come Il sacrificio del cervo sacro  o Dogtooth hanno subito affascinato le giurie dei grandi festival per il cinismo e la spregiudicatezza, unite a una gran dose di ardita fotografia e colore. Non si smentisce infatti Povere creature!. La storia, interpretata con grande passione da Emma Stone (già protagonista anche de La favorita) è un curioso mix tra romanzo d’avventura, feuilleton e storia dell’orrore; effetti speciali che creano un mondo futuribile, colori vivacissimi, creature mostruose o deformi, popolano la bizzarra storia di una donna cui viene trapiantato il cervello da uno scienziato pazzo. Il mix ha evidentemente affascinato Damien Chazelle e la giuria di Venezia 80. A confermare il fascino per queste fantasie sul filo dell’horror anche l’Osella per la miglior sceneggiatura a El Conde di Pablo Larraín, capace di mescolare avvenimenti storici e vampirismo, Pinochet e la Thatcher, denaro e sangue nel deserto di un’isola cilena spazzata dal vento.

Fortunatamente però la giuria ha tenuto conto di film con un legame più solido con la realtà: è il caso del Leone d’Argento per la miglior regia al nostro Io capitano di Matteo Garrone. Un riconoscimento importante per un film di grande valore (e la cui vittoria del Leone d’oro non avrebbe affatto sfigurato). Garrone riesce a parlare della realtà trasfigurandola e trasformando quella che potrebbe sembrare una semplice vicenda di emigrazione, in un racconto che potrebbe essere stato scritto da un Dickens dei nostri tempi; una storia di crescita e scoperta della propria umanità. Ma l’attenzione alla realtà complessa e contraddittoria dei nostri giorni è anche nei premi attribuiti al giapponese Ryusuke Hamaguchi, con Evil Does Not Exist (Il male non esiste), una storia di impegno per la difesa della natura, e soprattutto col premio speciale ad Agnieszka Holland per Zielona granica (Il confine verde), che costringe tutti a guardare in faccia il dolore di chi ha dovuto lasciare la propria terra per salvarsi la vita, e viene respinto anche da chi dovrebbe avere un debito di gratitudine. Un film scarno e scabro, che non può non interrogare le coscienze.

Se Peter Sarsgaard è ormai riconosciuto come attore di grande talento e capace di valorizzare i titoli in cui recita, ed è sicuramente il caso di Memory di Michel Franco per cui è stato premiato con la Coppa Volpi come miglior interprete maschile, un po’ meno lampante è il caso del premio come miglior attrice a Cailee Spaney, protagonista di Priscilla di Sofia Coppola: una recitazione molto trattenuta e accademica; speriamo che il premio apra alla giovane Spaney nuove prospettive per dimostrare se il suo è vero talento.

È stata un’edizione particolare, quella della Mostra di quest’anno: la mancanza di titoli e protagonisti provenienti dalla galassia Hollywood ha costretto il direttore Alberto Barbera e i selezionatori a orientarsi su un campo forzatamente differente. Alcune scelte, come sempre, appaiono assai discutibili, ma ci sembra che la giuria abbia in generale valorizzato quanto di meglio era apparso a Venezia. E, anche se su sei film italiani in concorso ne è stato premiato uno solo, la vittoria di Matteo Garrone premia il percorso di un autore che continua a fare film capaci di incontrare il favore della critica ma anche del grande pubblico. Cosa non da poco.

Beppe Musicco

Nella foto: Matteo Garrone con il Leone d’Argento per la miglior regia assegnato per il suo film Io capitano 

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