Arriva il primo film del concorso di Venezia 77, e non passa inosservato. Quo vadis, Aida?, film di guerra scritto e diretto dalla bosniaca Jasmila Zbanic, racconta per la prima volta al cinema il massacro di Srebrenica: nel 1995, la città della Bosnia, benché dichiarata Zona Sicura, viene attaccata dai soldati serbi del generale Radko Mladic. Migliaia di cittadini fuggono presso il campo allestito dall’ONU, ma non c’è posto per tutti. Aida, insegnante bosniaca e madre di famiglia, si presta come traduttrice durante i negoziati. Ma chi la aiuterà a salvare il marito e i figli? E cosa ne sarà dei civili che i soldati serbi si offrono di evacuare? Appassionante è la scelta di raccontare la storia dal punto di vista di una traduttrice: Aida – protagonista resa ancor più grande da un’eccellente prova attoriale di Jasna Đuričić – si trova nella difficile posizione di chi siede al tavolo dei potenti ma non ha margine di azione, tanto da venire trattata come un mero strumento. Nonostante questo, non rimane mai inerte nel tentativo di salvare i suoi cari. Un film duro ma anche potente e mai ricattatorio, capace di descrivere uno scenario di guerra in tutte le sue sfaccettature: nulla viene risparmiato della responsabilità di chi si è voltato dall’altra parte (i vertici ONU per primi). Un ultimo sguardo, doloroso ma tenace, viene rivolto anche alla ripartenza dopo il genocidio, alle contraddizioni del mondo che verrà. (Roberta Breda)

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Altro film nel concorso Venezia 77 è Amants (Amanti) di Nicole Garcia. Gli “amanti” del titolo sono Lisa (Stacy Martin), giovane che studia all’Istituto alberghiero, e Simon (Pierre Niney), che fa il pusher a domicilio per quelli che nel jet set  parigino hanno bisogno di qualche dose di coca. Nonostante le raccomandazioni di parenti e amici, lei ne è follemente innamorata e vuole seguirlo ovunque. Quando una consegna finisce male, l’acquirente va in overdose e muore sotto gli occhi dei due: lui le dà un appuntamento per fuggire insieme, ma non si presenta e scappa all’estero da solo. Tre anni dopo Lisa è sposata con un uomo ricco e più anziano di lei – villa in Svizzera e vacanze in un resort su un’isola esotica – ma nell’albergo ritrova Simon, che si è riciclato come guida e istruttore di surf. La passione conta più della ragione: si rivedono di nascosto più volte durante le assenze del marito e Simon la segue in Svizzera, suggerendo di ricominciare insieme con una soluzione drastica per togliere di mezzo il marito. Il film della regista francese  riprende un tema già molte volte trattato, e spesso con maggior cura. Nonostante l’interpretazione dei protagonisti, credibile e ben calibrata, ai tanti spunti disseminati nel film che fanno presagire sviluppi interessanti, non fa seguito una narrazione coerente; e una conclusione poco armonica lascia lo spettatore col desiderio insoddisfatto di una vicenda che poteva essere decisamente più avvincente. (Beppe Musicco)

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Di scena oggi in laguna anche il mediometraggio The Human Voice (30’, Fuori concorso), diretto da Pedro Almodóvar e interpretato unicamente da Tilda Swinton: appena insignita del Leone d’Oro alla carriera, l’attrice britannica si trova qui nella veste di una donna in crisi, reclusasi in casa nell’attesa che l’amante venga a ritirare le sue valigie, ponendo così fine una volta per tutte alla loro relazione.
Libero adattamento di La voix humaine, play teatrale scritta da Jean Cocteau, l’opera del regista spagnolo mette in scena i fantasmi dell’abbandono e della solitudine che sempre infestano mente e corpi degli amanti infelicemente rassegnatisi al fallimento di una storia d’amore. Il testo del drammaturgo francese, già denso e potente, viene valorizzato con un’estetica ricercatissima, nella quale i cromatismi accesi dell’ambientazione casalinga e dei costumi (modulati perfettamente sui toni del verde e del rosso) si confondono con la tenebra e la vuotezza di un palco teatrale: la casa nella quale si svolge il monologo della protagonista è dunque finemente arredata, così come composta e impeccabile risulta essere la figura della Swinton, mentre durante la scena di apertura si reca da un ferramenta a comprare un’accetta. Preludio alle parole e agli atti che seguiranno, l’accetta accompagnerà la protagonista nello sfogo della sua rabbia verso una figura a lungo idealizzata, quella di un compagno al quale lei stessa si rivolge telefonicamente, ma che mai assumerà il volto di un attore o di una voce dialogante. Un vuoto umano che corrisponde alla desolazione sperimentata dalla donna, la quale alterna stati di perfetta e apparente lucidità a momenti di puro sconforto, durante i quali confessa al suo invisibile amante telefonico debolezze e paure che stanno consumando tanto la sua persona quanto la sua passione per lui. Tocco di vero genio è poi lo scivolamento continuo tra l’interno della casa, piena di oggetti ma povera d’amore, e l’oscurità mesta del palco che la accoglie e la circonda: la Swinton, fantasmatica a sua volta, si aggira per questi spazi come se girovagasse tra gli anfratti del suo cuore e della sua psiche, nel tentativo di individuare la posizione di quella parte di sé della quale è necessario liberarsi per poter andare avanti e costruire una nuova realtà nella quale abitare. (Letizia Cilea)

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Nel 2008 il regista di documentari Luke Holland inizia un lungo viaggio per la Germania alla ricerca di uomini e donne comuni, soldati semplici e impiegati, che tra gli anni 20 e gli anni 40 del secolo scorso hanno prestato braccia e menti alla costruzione e messa in atto delle più abiette proposte di pulizia etnica del Terzo Reich. Pochissimi i nomi degli ormai noti carnefici dell’apparato burocratico hitleriano, al regista britannico (di origine ebraica tedesca, e con nonni assassinati in un campo di concentramento) interessa invece dare un carattere più intimo e soggettivo alla sua opera: così Final account (Fuori concorso) riesce ad andare oltre la semplice documentazione storica, ponendo ai suoi protagonisti domande sul libero arbitrio, sul diritto alla vita, sulla distinzione tra dovere e responsabilità personali. Nonostante la parte strettamente documentaria sia sviluppata in modo classico – con tanto di ricostruzioni storiche e materiale di repertorio – Holland riesce a scavare nelle pieghe più profonde dell’animo dei suoi intervistati, che in più di un’occasione si lasciano sfuggire sguardi di rimorso o senso di colpa, al pari di rivendicazioni delle proprie scelte o rabbia nei confronti di un sistema ideologico diabolico e insinuante. Le sfumature sono sottili e le umanità esplorate numerose, e Holland le accoglie tutte, rispettando le posizioni di ciascuno e senza farsi mancare sane reazioni di indignazione di fronte a coloro che, ancora oggi, ritengono ammissibile la follia che portò all’uccisione di 6 milioni di persone. Final Account riporta poi con dovizia di particolari attività e privilegi riservati giovani uomini e donne parte delle numerose leghe nazionalsocialiste (dalla Jungvolk alla Lega delle ragazze tedesche), riuscendo così a far toccare con mano la potenza persuasiva – e insieme coercitiva, persino deformante della realtà – di un sistema ideologico studiato per far leva tanto sull’ambizione quanto sul bisogno di felicità e sicurezza del singolo e delle masse. La vera domanda è: fino a che punto si può arrivare per garantirci una parvenza di rispettabilità se poi le efferatezze da noi commesse torneranno a tormentare la nostra coscienza, in un futuro più o meno prossimo? (Letizia Cilea)

 

Nella foto: un’immagine di Quo vadis, Aida?, diretto dalla regista bosniaca Jasmila Zbanic

Nel video:

Beppe Musicco e Roberta Breda ci parlano da Venezia di The Human Voice di Pedro Almodóvar, di Quo vadis, Aida? di Jasmila Zbanic e di Amants di Nicole Garcia