Il cinema è la vita con le parti noiose tagliate, sosteneva Alfred Hitchcock. Questa frase campeggia da giorni nella rassegna milanese dedicata al festival di Venezia, dove stiamo recuperando qualche titolo della recente Mostra del cinema. Giusto per togliersi qualche dubbio, recuperare qualche film perso (sono troppi, nei festival, i film presentati nelle varie sezioni: per seguire le cose principali si perdono magari vere e proprie chicche), farsi un’idea più precisa possibile del livello complessivo. E purtroppo, ormai è più che un’impressione che a Venezia, e non solo da quest’anno, altro che parti tagliate: le parti noiose la fanno da padrone nei film. La noia sta diventando, infatti, parte imprescindibile di un certo cinema d’autore, senza la quale pare non ci possa più essere un’opera “rigorosa”. Intendiamoci: non ci ha mai spaventato un film – come qualsiasi altra opera dell’ingegno umano – che richiedesse un impegno serio. Educati” fin da giovani ad apprezzare autori come Tarkovskj, Zanussi, Bergman, Wajda, Bresson, Fellini, De Sica, Rossellini, Dreyer e tanti altri, ne abbiamo scoperto i tesori magari nascosti a una superficiale occhiata, ma non negati a chi aveva la pazienza e anche qualche accorta guida per approcciarsi ai loro grandi film. Tanto da resistere al meglio, come tutti i cinefili, alle ironie degli amici – magari fan di Fantozzi e del suo sdegno contro i cineforum e relativa corazzata Potemkin – che scambiavano una certa passione per masochismo.
La nostra passione non sta venendo meno con gli anni, anzi, e crediamo nemmeno la capacità di sorprenderci verso il buon cinema che, magari meno copioso o geniale di un tempo, ma continua a non mancare; ne fanno prova le faticose selezioni per fermarsi anche a 30/40 titoli quando viene chiesto a qualcuno di noi di selezionare i film di una stagione per una rassegna cinematografica. No, il punto sono proprio i festival che stanno diventando un mondo parallelo, posti in cui si sta perdendo l’idea stessa di cinema come lo amiamo noi (e anche tanti altri appassionati e addetti ai lavori). E come dovrebbe essere sempre: una lente di ingrandimento sul reale, sull’umano, sulla vita. Non solo nell’accezione del realismo, del dramma o della denuncia: comunica più sull’uomo, anche del nostro tempo, un grande film di fantascienza che un modesto film d’autore che scimmiotta il neorealismo dei grandi del passato. Il cinema che piace a noi non ha solo un colore, ma una varietà di generi e accenti in cui tutto può essere interessante, valido, bello purché ci siano intenzioni di fondo sincere e qualità artistiche reali.
Invece, ahinoi, innamorati e presenti da vent’anni in quel fantastico luogo che rimane la Mostra di Venezia, ci troviamo però a registrare un mutamento progressivo che pare inarrestabile. Così siamo passati già dal veder vincere nel 1996 un filmone come Michael Collins (c’erano già i cinefili con la puzza sotto il naso che lo consideravano indegno del concorso, ma erano minoritari) a pensare che titoli simili oggi sarebbero sommersi dai fischi della sala stampa; e trionfare nei premi e peggio ancora negli attestati di larga parte della critica, soprattutto quella giovanile (ancor più conformista di quella “anziana”), robette insulse, tediose o orribili che per fortuna non arriveranno mai nei cinema italiani; nella migliore delle ipotesi, sperimentazioni a tratti interessanti ma gravate appunto da un ritmo tale che potrebbero essere consigliate validamente come terapia per gli insonni.
Se poi ci mettiamo che quella di quest’anno è stata una delle edizioni più fiacche della Mostra di Venezia, è normale che la giuria presieduta da Alfonso Cuarón non potesse che partorire un verdetto di compromesso, capace di scontentare tutti o quasi. Ma se a Venezia qualcuno si è entusiasmato, un pubblico più esigente è destinato a respingere alcuni dei titoli emersi all’attenzione generale tar cui il Leone d’oro, il morboso e disturbante Desde Allà (opera d’esordio del venezuelano Lorenzo Vigas), come abbiamo constatato nelle affollate proiezioni della rassegna milanese. Uscirà a inizio 2016, ne riparleremo, ma certo non è il classico film da consigliare agli amici più cari…
Per fortuna qualcosa rimane, tra le tante cose viste, anche se magari rischia di passare inosservato nell’incapacità del festival e della critica di valorizzare quel che vale. O meglio, avendo quasi perso in un certo senso il fondamento stesso del giudizio che dovrebbe essere la significatività della storia, la qualità tecnica e degli interpreti, la capacità di racconto. Non annoiare, appunto. Ecco, su questi fronti rimangono tra gli altri, l’argentino El Clan di Pablo Trapero (Leone d’argento), sicuramente il miglior film del concorso, in parte i due film – pur con parecchi limiti – che hanno portato al premio due grandi attori come Valeria Golino (Per amor vostro) e il francese Fabrice Luchini (L’hermine), davvero superlativi; e nonostante si perda un po’ nel finale, anche il divertente e doloroso al tempo stesso Marguerite, su una donna che non riesce a vivere la realtà pensando di essere una grande cantante quando invece è stonata come una campana, con una grande Catherine Frot. E se nelle altre sezioni autonome qualche chicca si trovava (ma ve ne parleremo se e quando usciranno in Italia), qualcosa di buono si è visto fuori concorso con alcuni ottimi film americani fuori gara (il gangster movie Black Mass, con un grande Johnny Depp nei parti di uno spietato killer; Spotlight, dolorosa storia di pedofilia che travolse la Chiesa di Boston ma senza l’ideologia di tanti film simili, e con un grande cast in cui spiccano Micheal Keaton e Mark Ruffalo; meno il kolossal Everest, più spettacolare che profondo). E con il miglior film italiano in assoluto: Non essere cattivo di Claudio Caligari, scomparso dopo aver finito il film per una brutta malattia. Messo fuori concorso perché forse si temeva che la sua morte diventasse un “ricatto morale” sui giurati? In ogni caso, tra i pochi film in cui, pur nella sua durezza di affresco su due tossici nella Roma (anzi, la periferica Ostia) degli anni 90, la nota dominante era la rappresentazione di un’umanità confusa e alla ricerca di sé e non il narcisismo estetico e narrativo dell’autore.