La miglior edizione degli ultimi anni? Quello che si è detto della Mostra di Venezia 2017, che si è appena conclusa con la premiazione di sabato 9 settembre, si potrebbe dire – a seconda dei gusti soggettivi – e infatti si è sentito dire altre volte. A Venezia come a Cannes. Così per la peggiore: e quest’anno, a detta di tutti, Cannes ci è arrivata vicino. Ma sono slogan, più che giudizi: chi scrive è legato più a singoli film che alle edizioni di un festival; sommando peraltro i film più amati, nel 2013 si sfiorò la perfezione con un poker Si alza il vento/Gravity/Still Life/Locke (peraltro solo il primo titolo era nel concorso principale…) per noi indimenticabile. E quasi irripetibile.

Quest’anno è stata sicuramente una buona edizione, dal livello medio alto, con poche cose molto deludenti. Ma anche con quasi nessun film davvero indimenticabile, al momento. A volte è il tempo a dare questo alone: vedere tanti film nella stessa giornata non aiuta, e infatti a Venezia si sentono dispute, esaltazioni e stroncature su film che pochi mesi dopo troveranno naturalmente (spesso, non sempre…) un equilibrio maggiore in chi li vedrà fuori dalla bagarre festivaliera. Una cosa è sicura: dopo anni in cui le giurie – anche con presidenti Usa – si divertivano a non premiare grandi film hollywoodiani per partito preso (ne hanno fatto le spese, tra gli ultimi, Birdman e La La Land, poi vincitori di molti Oscar), quest’anno quella presieduta da Annette Bening pregiudizi non ne ha avuti. E così sono arrivati il Leone d’oro a The shape of water di Guillermo del Toro: regista messicano, ma il film è stato prodotto da una major hollywoodiana. La stessa che distribuirà nel mondo Three Billboards Outside Ebbing, Missouri, film “americano” del britannico Martin McDonagh che porta a casa il premio per la sceneggiatura. I due film si erano divisi i maggiori consensi dei critici: e anche tra noi di Sentieri del Cinema erano tra i più apprezzati. Anche se non sempre i più amati.

Il cinema italiano aveva quattro titoli in gara, più o meno con vari livelli di internazionalità per diversi motivi, ma vince solo la Coppa Volpi a Charlotte Rampling per Hannah di Andrea Pallaoro. Molti critici (connazionali) tifavano per The Leisure Seeker di Paolo Virzì, che ci ha convinto fino a un certo punto. Molto male Una famiglia di Sebastiano Riso, molto divertente Ammore e malavita dei Manetti Bros.: pur senza premi, scommettiamo su buoni consensi dal pubblico nei cinema. Ma il nostro cinema si è difeso meglio se guardiamo alla sua presenza complessiva, con film molto apprezzati nella sezione Orizzonti come Nico, 1988 e il noir animato Gatta Cenerentola o in altre collocazioni.

Quanto agli altri premi assegnati (si legga l’elenco completo), sono tutti abbastanza condivisibili, anche se sicuramente ogni scelta potrebbe essere modificata in un modo o nell’altro. Ma più che fare le pulci alla giuria ci interessa qui fare un’altra operazione, più utile a chi ci legge. Consegnare i “nostri” film del cuore – e anche quelli detestati… – che non sono necessariamente i più belli (chi può dirlo con oggettività?). Ma quelli che ci hanno detto di più, a ognuno di noi che ha composto il quartetto di Sentieri del Cinema a Venezia. Un bel quartetto, che si è confrontato su tutto quanto si vedeva al festival. Un modo di fare che ci portiamo dietro da quando siamo nati: in un mondo in cui l’opinione del singolo diventa idolo per chi la esercita, a noi piace essere una squadra in cui ognuno, con umiltà, ascolta l’altro e si aiuta, insieme, a formare un giudizio. Che poi proponiamo ai nostri lettori.

Antonio Autieri

I NOSTRI FILM DEL CUORE, E UNO DETESTATO…

I giudizi dei nostri inviati (in ordine alfabetico)

Antonio Autieri

  1. Jim & Andy: il documentario sul cinema più bello degli ultimi anni, che parte come un backstage inedito su un grande film (Man on the Moon) e diventa ritratto di artista (Jim Carrey) e riflessione sulla verità, sull’identità, sul desiderio di significato e di essere amato. La cosa più emozionante vista quest’anno a Venezia era fuori concorso.
  2. The Insult: apologo che ricorda un certo cinema morale recente (quello che viene dall’Iran con i film di Ashgar Farhadi come Una separazione o Il cliente ma anche da altri autori minori), ambientato in Libano. Volti sconosciuti per una storia che parte come banale litigio tra due uomini e finisce per coinvolgere un Paese diviso. E che propone una soluzione di spiazzante speranza.
  3. Ammore e malavita: a un anno da La La Land, stavolta è la musica napoletana dei Manetti Bros. (romanissimi) a incendiare il Lido, tra sceneggiata e tonalità contemporanee. Ottimo cast di attori che cantano e cantanti che recitano, per una storia appassionante come un action, sentimentale il giusto, divertente come poche. Con battute e scene cult a gogò. In chiave drammatica, molti elementi si ritrovano in un sorprendente film di animazione: Gatta Cenerentola.

Peggior film in concorso: Mektoub my Love: Canto Uno di Abdellatif Kechiche, uno che ha talento da vendere e lo spreca con un film insopportabilmente verboso, lunghissimo, fatto di nulla. Un Rohmer al testosterone (senza un briciolo della sua profondità di lettura dell’umano),  dove si blatera del nulla, ci si stordisce con la musica, si flirta a vuoto per ore. Un film peraltro amatissimo dai fedelissimi, buon per loro.

 

Letizia Cilea

  1. The Insult: come abbiamo spiegato nella recensione pubblicata, un film su un argomento e un contesto delicato che evita il manicheismo per affermare il riconoscimento dell’umanità dei personaggi in lotta. Meritava un premio più importante, anche il Leone d’oro: film così delicati e potenti su un tema del genere non si vedono così spesso.
  2. Three Billboards outside Ebbing, Missouri: nonostante il finale che stride un po’ col resto e casca in alcuni americanissimi luoghi comuni, i personaggi creati sulla base di una storia neanche tanto originale emergono in una quantità di sfaccettature e sfumature incredibile; c’è un sottotesto fatto di sguardi tra i protagonisti e di piccole battute che cerca di mettere in evidenza una sensibilità che, nonostante la brutalità e la volgarità di alcune parti (di uno humor nero anche ben riuscito), non viene mai meno.
  3. This is Congo:  incredibile sforzo di immedesimazione in tutte le parti protagoniste della sanguinosa guerra civile per questo documentario fuori concorso. Impegno ammirevole, anche al livello registico (ci sono scene in cui McCabe è letteralmente dentro la guerriglia tra le due fazioni) per restare il più vicino possibile alla parte umana della storia facendo emergere anche volontariamente le contraddizioni dei quattro personaggi di cui si assume lo sguardo.

Peggior film in concorso: First Reformed di Paul Schrader. Parabola di decadenza di un prete che non trova le ragioni della sua vocazione e della propria esistenza. Il tutto si ripercuote sulle persone che gli stanno vicino e si evidenzia nella sua incapacità di aiutarle. Input interessante, sviluppo del personaggio senza alcuna base di scrittura, che pesca a piene mani del cliché – ormai abusato – del dubbio che s’insinua nella mente dell’uomo di chiesa, rivoluzionandone i comportamenti. Infastidisce l’uso che Schrader fa dei suoi personaggi per dire allo spettatore che nulla vale la pena in questa vita, che una causa vale l’altra. Ciò che resta è una buona performance di Ethan Hawke, una sola la domanda che ci si pone: si sentiva il bisogno di questo film?

 

Emanuela Genovese 

  1. Nico, 1988 e Gatta Cenerentola: un “premio” ex aequo per questi due film italiani (entrambi nella sezione Orizzonti), coraggiosi nella produzione e nella regia. Entrambi dimostrano come l’Italia non sia solo il paese dei Sorrentino e dei Garrone, ma ha cineasti in grado di confezionare film dal respiro internazionale. Che sia un film d’animazione in grado di rendere contemporanea e rivisitarla, con molti cambiamenti, Gatta Cenerentola, la favola di Giambattista Basile. Che sia un film rock e intimistico, girato con attori europei, come Nico, 1988. Funziona il film perché sa puntare al periodo meno fiorente, commercialmente parlando, della cantante Nico, esplorando il viaggio verso la libertà di una donna, schiava del successo e della droga.
  2. Ammore e malavita: diventa sempre difficile avere voglia di rivedere un film a Venezia. Con il musical dei Manetti Bros si ride, si pensa e ci si commuove pensando a quanto il cuore dell’uomo possa diventare calcolatore e perdere il senso della propria esistenza. La camorra, con tutta la sua carica di orgoglio, odio e potere, viene sciolta, ancora una volta, dalla realtà che a volte l’amore vince. Anche contro la malavita.
  3. Human Flow: un film documentario (in concorso) che colpisce per il coraggio di un’artista cinese, Ai Weiwei, di percorrere le strade, di dormire all’addiaccio, di farsi coinvolgersi e coinvolgere le persone che incontra. E soprattutto Ai Weiwei dimostra di esplorare quanto il dolore sia vicino a noi, troppo abituati alle immagini televisive e assuefatti all’assenza di umanità. E alla fine, anche se pecca in una scena di una leggera retorica, puntando solo il dito contro l’Unione Europea (e omettendo anche il bene che qualcuno ha fatto), Human Flow centra l’obiettivo: guardare gli altri come persone e non come problemi da risolvere.

Peggior film in concorso: First reformed. Molto confuso, nonostante le sue pause, la sua staticità, il film di Paul Schrader (sceneggiatore del cinema più bello di Martin Scorsese) mette in scena un sacerdote protestante che non riesce a superare la morte del figlio, meditando un’azione folle. Perché arrivare al paradossale per raccontare che solo l’amore salva? Un film che si dimentica il giorno dopo la visione.

Marianna Ninni

  1. Jusqu’à la garde: primo lungometraggio di Xavier Legrand sulla storia di una coppia che si contende l’affidamento del figlio. Film delicato e ben diretto che affronta una tematica urgente e attuale come quella delle violenze domestiche attraverso una regia attenta, una buona sceneggiatura e la convincente interpretazione dei protagonisti. Un film efficace che tiene agganciato lo spettatore dall’inizio alla fine.
  2. Angels wears white: il secondo lungometraggio di Vivian Qu è un film duro su una storia di corruzione e pedofilia con protagoniste bambine e donne ai margini della società e segnate dalla crudeltà e dall’insensatezza di un’umanità priva di scrupoli. Film difficile da digerire ma necessario.
  3. Sweet Country: western australiano ambientato negli anni 20 sulle violenze e le sopraffazione dei bianchi sui neri, Sweet Country è anche una storia sul peso della giustizia. La vicenda prende le mosse dall’omicidio di un uomo bianco, crudele e violento, da parte di uno schiavo di colore e dà vita all’odissea di questo servo che fugge perché condannato aprioristicamente da una civiltà retrograda e razzista. A difenderlo ci sono solo il suo padrone, un uomo dalla grande fede e dalla grande umanità e un giudice che si affida al rispetto di una legge che va ben oltre il colore della pelle. Un film di grande impatto visivo e narrativo.

Citazione aggiuntiva per un titolo fuori concorso: La mèlodie. Bella favola sul rapporto tra un violinista di successo e un gruppo di studenti difficili che riescono a dare un senso nuovo alla vita attraverso il potere della musica. Storia che sa in parte di già visto ma che ha il pregio di indagare sull’importanza dei ruoli e delle relazioni all’interno di una società multietnica dove le diversità passa in secondo piano nel momento in cui tutti sono spronati e mossi da una passione comune. Lancia un bel messaggio e apre a una speranza.

Peggior film in concorso: Mother! Scritto in 5 giorni, il nuovo lungometraggio di Darren Aronosfky – sul rapporto tra uno scrittore in crisi e la sua musa ispiratrice, la cui vita coniugale viene scossa dalla visita indesiderata di una coppia – è un film estremo dove, nonostante la lettura biblica e le numerose interpretazioni che hanno arrovellato tanti critici, si fa evidente l’incoerenza di una storia frettolosa, inutile e pretestuosa.