Cosimo ed Ezio, due fratelli, e le rispettive mogli. I due nuclei familiari sono contigui: case vicine dentro l’impresa agricola che i due portano avanti a fatica in provincia di Caserta. La loro ricchezza è la terra, lasciata in eredità dal padre che si spaccò la schiena per farla fruttare, e l’allevamento di bufale. E mentre Ezio e la moglie Adele hanno tre figli, Cosimo e Rosaria ci provano ad averne, senza successo, da dieci anni. Poi all’improvviso, scoprono di essere in attesa: ma proprio quando la gioia sembra entrare nella loro vita, un incendio doloso distrugge l’allevamento e uccide il bestiame. La potente famiglia dei Caradonna, il cui avvocato Rino punta a diventare sindaco del paese, finge di non saperne niente; ma, guarda caso, erano interessati alla loro proprietà, per ampliare le loro discariche abusive di rifiuti tossici… Caradonna è uomo aggressivo e al tempo stesso insicuro, insofferente per un matrimonio di interesse che non funziona e per non essere alle altezze dell’aspettative di chi gli sta attorno. Ma con loro tira dritto senza remore: blandisce, minaccia, offre soldi, divide i due fratelli…

Veleno, presentato fuori concorso alla Settimana della Critica nell’ambito della Mostra di Venezia 2017, è un film che riprende temi e toni che, dal Gomorra cinematografico di Matteo Garrone (rimasto un unicum, però, per potenza di stile e narrazione) in poi, sono stati portati più volte al cinema. Con tanto di titolo che ricorda la tragedia di una terra in cui carnefici e vittime devono respirare entrambi miasmi mefitici. Diego Olivares, regista 52enne al suo secondo lungometraggio di finzione dopo I cinghiali di Portici (cui si devono aggiungere vari corti e documentari), sembra proporre in effetti un compendio di cose in parte già viste, anche se alcuni spunti (l’inadeguatezza psicologica di Rino Caradonna, un po’ boss e un po’ avvocato aspirante politico che esalta la famiglia e va a prostitute, soprattutto più fragile di quanto voglia far vedere) sono azzeccati; e soprattutto, la sensibilità e bravura di alcuni interpreti regala una verità al film che il solo “testo” non sembra riuscire ad assicurare. Anche se con effetti un po’ dissonanti: perché il bravissimo Massimiliano Gallo è una spanna sopra tutti, anche se Luisa Ranieri si impegna nello stargli dietro (ma come napoletana dall’aspetto “borghese” non è sempre credibilissima nel caricare il dialetto provinciale casertano e nel presentarsi come donna semplice e poco istruita). E questo rende disequilibrati certi duetti (i dialoghi tra i due fratelli, per esempio: Gennaro Di Colandrea ha fatto più teatro e tv che cinema, e si vede). E se Salvatore Esposito, star del Gomorra tv nei panni del boss Genny Savastano, intriga nei panni di Caradonna, altri interpreti non sono adeguati. Anche se nei suoi pressi c’è la vera sorpresa del film: un notevolissimo Nando Paone nei panni inediti di un inquietante zio di Caradonna.

Nella sostanza il film, pure ispirato a una vicenda realmente accaduta, ha buoni guizzi visivi anche grazie all’ambientazione in una campagna assolata di giorno e minacciosa di notte (per colpa di criminali e dei loro traffici). E c’è un’eco di vecchie storie di frontiera, da Far West, in cui le terre ambite diventavano oggetto di desiderio da conquistare a ogni costo. Ma narrativamente mostra qualche limite, risultando angosciante quanto serve in un’opera simile e però al tempo stesso non particolarmente avvincente; pur caricando alcuni passaggi di scene “forti” (più nelle intenzioni che nella resa). Come una storia che qualcuno ti racconta e immagini già come andrà a finire, in quasi tutti i suoi dettagli. Poi nel finale un’evoluzione, brusca e tragica, di una delle sottostorie può anche spiazzare. E le sofferenze di povera gente assediata da ogni parte sicuramente sortiscono la naturale empatia dello spettatore. Ma un po’ a comando, non con quella naturalezza che un film del tutto riuscito deve avere.

Antonio Autieri