«Dimentichiamo troppo spesso che andare a scuola è una fortuna. In alcune parti del mondo, arrivare a scuola è un’impresa e accedere all’istruzione una conquista. Ogni mattina, a volte a rischio della loro stessa vita, eroici bambini si incamminano verso la conoscenza. Questi scolari sono gli eroici protagonisti delle loro storie, storie di vita vissuta…». Questo lungo incipit apre Vado a scuola, documentario che racconta le vite di alcuni bambini, quattro in particolare, in diverse parti del mondo, e dei loro lunghi viaggi per arrivare a scuola. Jackson e la sorella attraversano ogni giorno la Savana del Kenya, partendo alle 5.30 di mattina e camminando per 15 km (e altrettanti a tornare) con il rischio di incontrare elefanti e altri animali feroci. Zahira, 12 anni, vive sui monti dell’Atlante in Marocco: la sua scuola dista ben 22 km, 4 ore di cammino, per cui lei e due amiche si fermano per una settimana in collegio, e ogni lunedì ripartono, tra valli e cime. Carlito, 11 anni, vive in Patagonia: ogni mattina con la sorellina va a cavallo per 18 km, un’ora e mezzo di viaggio. Ma il percorso più ostico è per Samuel (tra i pescatori del Golfo del Bengala), 13 anni, costretto sulla sedia a rotelle per la poliomelite; ogni mattina i due fratellini lo trasportano per 4 km, e ci vuole un’ora e un quarto, su strade accidentate.

Per ognuno di loro è così forte il desiderio di andare a scuola, ovvero di conoscenza, che affrontare lunghi viaggi e pericoli vari è perfettamente normale. Sorprende la spinta positiva delle famiglie, pur in contesti così miseri che sembra strano non veder soppresso tale desiderio. E vien da fare i confronti con ragazzi occidentali che la fortuna di poter andare a scuola normalmente e senza fatica non la sanno apprezzare. Il regista francese Pascal Plisson, che ha girato il mondo e si è soffermato a lungo nelle quattro zone descritte, punta dritto alla commozione, alla riflessione didascalica e pedagogica: e il “messaggio” è tale che una fruizione di insegnanti e allievi, soprattutto delle scuole elementari e forse delle medie (ma qui gli allievi sono già fin troppo disincantati) può essere auspicabile. Certo, però, la qualità tecnica fin troppo curata – le immagini sono spesso pulitissime, da documentario del National Geographic, le musiche edificanti e sentimentali, la regia sovente troppo “artistica” per un documentario che vorrebbe essere reaistico – rischia di togliere verità ai singoli frammenti, con i piccoli protagonisti che sembrano in vari momenti recitare una parte. Come il ragazzo paraplegico, che sul finale, afferma con parole troppo “da grande: «Veniamo in questo mondo con niente, lo lasciamo con niente; dobbiamo seguire questa logica»… Ma con tutti i dubbi che solleva, rimane un’opera interessante per gli squarci descritti di realtà lontane da noi e per la simpatica, ribalda espressività dei giovanissimi attori-non attori in scena.

Antonio Autieri