Basato sulla autobiografia di Abby Johnson, già direttore di una clinica di Planned Parenthood e poi diventata attivista pro-life, il film comincia dal settembre del 2009, quando Abby (Ashley Bratcher) è chiamata ad assistere a un aborto e nel display dell’ecografia vede un feto di 13 settimane che cerca evidentemente di sottrarsi alla cannula di aspirazione che lo sta smembrando. Non è l’unica sequenza disturbante del film, che include altri incidenti occorsi durante la carriera di Abby nella clinica della città di Bryan, nel Texas.

Nonostante gli aborti mostrati nel film siano perfettamente legali, un senso di illegittimità aleggia sempre nella descrizione delle prassi di Planned Parenthood: quando una ragazza appena uscita dall’intervento e ancora istupidita dai sedativi inizia a perdere fiotti di sangue a causa di una perforazione uterina e viene riportata in sala operatoria senza che venga chiamata un’ambulanza; al genitore che l’accompagnava e si preoccupa per la prolungata permanenza la stessa Abby racconta solo imbarazzanti bugie per rassicurarlo.

La storia della Johnson è senza dubbio potente e drammatica, e gli sceneggiatori (già autori di God’s Not Dead) riescono a riportarla fedelmente sullo schermo. Con, a nostro parere, alcuni limiti: il film parla evidentemente a un pubblico che è già convintamente anti-abortista. Prima che le immagini inizino a scorrere sullo schermo, la voce della protagonista inizia a narrare in prima persona, e continua per tutto il film diretto da Chuck Konzelman e Cary Solomon. Questo fa di Unplanned una sorta di confessione personale raccontata da una persona convertita, piuttosto che il lento cambio di prospettiva di una persona sempre più impegnata nella carriera. Poi: nel film i buoni (i membri della coalizione “40 giorni per la vita”) sono senza macchia, il cattivo (la capa della protagonista) è da subito odioso; un manicheismo che si poteva invece mostrare altrimenti.

Da ultimo (ma non c’entra col film, che anzi ha il merito di mostrarlo), certo atteggiamento dei pro-lifer protestanti americani, basato più sul terrorismo psicologico che sulla comprensione. I picchetti davanti alla clinica, la citazione del fatto di cronaca dell’uccisione di un medico abortista in una chiesa, le minacce alle donne; nel film non è mostrato nessun tentativo costruttivo di rispondere ad esigenze morali o materiali (si pensi alle opere promosse dai cattolici in Italia, ad esempio). Si parla di aiuto alle donne, ma anche nel film non ce n’è traccia.

Di certo Unplanned ha l’indubbio pregio di mostrare quando disumano e violento sia l’aborto e come l’unica risposta possibile a tale violenza sia una scelta d’amore. Per questo merita di essere visto.

Beppe Musicco

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