Al di là dei premi assegnati dalla giuria, sui quali è naturalmente possibile essere d’accordo o meno, l’impressione che lascia l’83ª Mostra del Cinema di Venezia (2-12 settembre 2026) è quella di un’edizione particolarmente ricca e, soprattutto, meno dipendente dal cinema delle grandi major americane. Una Mostra più europea, più aperta a cinematografie e sensibilità differenti, che proprio per questo ha mostrato una minore standardizzazione delle proposte in concorso e una maggiore libertà espressiva.

È forse questo il dato più interessante dell’edizione appena conclusa: la sensazione di non sapere già, entrando in sala, quale tipo di film aspettarsi. Il concorso ha attraversato generi, linguaggi e registri molto diversi, con una disponibilità al rischio che non sempre caratterizza le grandi rassegne internazionali. L’estranea di Paolo Strippoli, per esempio, ha miracolosamente portato a Venezia un horror-thriller capace di confrontarsi con questioni tutt’altro che lontane dalla realtà contemporanea, mentre altri film hanno utilizzato il dramma familiare, la commedia o forme più ibride per raccontare inquietudini molto diverse. Una varietà derivante non soltanto da questioni di genere, ma soprattutto di sguardo.

E proprio gli sguardi hanno restituito una Mostra particolarmente attenta al presente. Molti dei film in concorso sembravano partire da una stessa esigenza: provare a capire il mondo in cui viviamo senza pretendere di semplificarlo. Il rapporto con il potere, la solitudine, la trasformazione del lavoro, la difficoltà delle relazioni, il disagio delle nuove generazioni, ma anche il modo in cui oggi raccontiamo e consumiamo la realtà sono entrati nei film con naturalezza, spesso senza essere trasformati in tesi. È un cinema che osserva un presente frammentato e inquieto e cerca, attraverso forme diverse, di dargli se non un senso, almeno un ordine.

Accanto a questa attenzione al contemporaneo, però, è rimasto forte il legame con qualcosa di più universale. Sotto le diverse storie e i diversi linguaggi tornano infatti domande antiche: il bisogno di essere amati, la paura della solitudine, il desiderio di trovare qualcuno con cui condividere il proprio percorso, il valore dell’amicizia e della relazione con gli altri. Ed è forse proprio questo equilibrio tra cronaca del presente e dimensione umana più profonda ad aver dato spessore a molti dei film visti al Lido.

Anche il palmarès può essere discusso, come è normale che sia, a cominciare dal Leone d’oro assegnato a Woman Unknown di May El-Toukhy. Alcune scelte convincono più di altre e non necessariamente i film più premiati sono quelli che lasciano le impressioni più forti. Ma sarebbe riduttivo giudicare questa Venezia soltanto attraverso il suo verdetto finale. In un momento in cui una parte consistente del cinema internazionale tende verso modelli produttivi e narrativi sempre più riconoscibili, questa 83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia ha mostrato che una maggiore distanza dalle logiche delle grandi produzioni può tradursi in qualcosa di prezioso: più spazio per il rischio, per la ricerca formale, per i generi meno frequentati e per una libertà artistica capace di produrre vera varietà.

Non è stata di certo una Mostra perfetta, né tutti i film hanno mantenuto le promesse della loro selezione, ma è stata una Mostra viva e piena di domande urgenti. E per una rassegna cinematografica, forse è questo il giudizio più importante.

Letizia Cilea

Nella foto: Woman Unknown

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