A sedici anni da I vestiti nuovi del narratore (2004), un fortunato libro tra i primi in Italia a concentrarsi sulla pratica della sceneggiatura come “ponte” tra il mondo accademico delle teorie dell’audiovisivo e quello professionale di chi il cinema e la televisione li fa, Armando Fumagalli torna con una edizione aggiornata e accresciuta dal titolo più “tecnico” L’adattamento da letteratura a cinema.

Il libro (che ha formato più generazioni di studenti universitari, diversi sceneggiatori e anche qualche sentierista) ottenne all’epoca anche gli elogi di Umberto Eco in una scoppiettante Bustina di Minerva (la celebre rubrica tenuta per anni sull’Espresso) dal titolo “Pensare al cinema”. Torna, oggi, in due volumi – rispettivamente con i sottotitoli Teoria e pratica e Analisi di casi esemplari – confermando (con moltissimi più esempi e approfondimenti legati agli ultimissimi anni) la stessa intuizione di tre lustri fa di trovare, attraverso la sceneggiatura, uno strumento per accedere ai misteri dell’audiovisivo e quindi, sporcandosi le mani con la stessa sostanza dei sogni (Fumagalli oltre che docente universitario è consulente per lo sviluppo di serie e miniserie), anche a quelli più nascosti che regolano la vita relazionale.

Al centro di un prodotto audiovisivo, infatti, che sia un film, la puntata di una serie, un adattamento da letteratura o da una biografia, c’è sempre il mistero dell’uomo. Un mistero che l’arte drammatica (essendo mimesis, come diceva Aristotele), può indagare attraverso l’analisi, la scrittura e la riscrittura. Così che saltando dalle pagine di un romanzo dell’Ottocento alle immagini di una serie di Netflix, scopriamo che il grande e variegato universo del racconto parla sempre un po’ di chi legge e di chi guarda, insaziabilmente alla ricerca di un sé perduto e continuamente da ritrovare. Finché c’è vita, c’è speranza, e quindi anche il cinema.