«Tutti mentono» è il motto di Ramsey (Keanu Reeves), avvocato ormai disincantato, quando accetta di difendere il giovane Mike (Gabriel Basso), dall’accusa di aver ucciso il padre Boone (Jim Belushi), ricchissimo avvocato nonché mentore di Ramsey. Le evidenze sembrano condannare da subito il giovane, trovato di fianco al genitore morto, ma – come spesso accade nei legal thriller– la chiave è nascosta nei flashback, che riveleranno poco a poco gli intricati rapporti all’interno della famiglia del defunto. Meccanismi sconosciuti anche a Ramsey, che deve difendere un imputato per niente disposto a collaborare, passivo di fronte alle accuse che potrebbero costargli lunghi anni di carcere.

Il pregio di Una doppia verità risiede quasi esclusivamente negli sforzi del personaggio di Keanu Reeves per cercare di carpire le informazioni (e le motivazioni) che potrebbero salvare il suo difeso, ostinatamente chiuso in un mutismo che lo condanna. Una reticenza che si estende a tutti quelli che hanno avuto a che fare con Boone, un uomo odioso e abituato a comandare e a far pesare il suo potere su tutti, a cominciare dalla moglie Loretta (Renée Zellweger), cosa che non sembra essersi interrotta neanche con la morte. A fare da contrappeso a questa atmosfera malsana intrisa di sesso e violenza è la presenza dell’assistente di Ramsey, la giovane Janelle (Gugu Mbatha-Raw), che si pone come richiamo a quei valori cui un difensore della legge dovrebbe aspirare. La forte caratterizzazione dei personaggi li rende però molto stereotipati (a parte Jim Belushi, un attore talmente legato a personaggi simpatici e piacioni che si fatica veramente a credere possa essere così odioso), riuscendo a rendere il film interessante giusto per il tempo della sua visione. Per il resto archiviabile nella memoria tanto quanto un episodio di una delle numerose serie giudiziarie che passano quotidianamente in televisione.

Beppe Musicco