La Romania di Bacalaureat – titolo originale, e più azzeccato, che mette subito al centro della vicenda il “diploma” che una ragazza sta per prendere – ritratta nel nuovo film di Cristian Mungiu (4 mesi, 3 settimane, due giorni) è un paese asfittico, in cui si vive in una palude di intrallazzi, corruzione, favoritismi. Certo, non un paese per giovani: per questo Romeo, medico in un ospedale cittadino, sogna per la figlia Eliza un futuro universitario prestigioso in Inghilterra, all’indomani della maturità che dovrebbe superare di slancio tanto è brava. Ma qualcosa va storto: una violenta aggressione la manda in crisi. Che salti la maturità e con essa mandi in fumo l’opportunità di studi all’estero? Per Romeo, che si barcamena tra mille compromessi (tra cui il difficile rapporto con la moglie e un’amante – insegnante nella scuola della figlia – che chiede sempre di più), si pone il problema: a che punto si può arrivare per un desiderio buono che rischia però di diventare ossessione? E quali conseguenze si è disposti a pagare per l’uso di certi “metodi” (ovvero, chiedere la tanto detestata “raccomandazione”)?

Mungiu ha una mano magistrale nella descrizione di ambienti e personaggi (non a caso il film ha vinto a Cannes 2016 il premio per la miglior regia): silenzi pesanti e “non detti” che valgono più di mille parole, grigiore generale – grazie anche a una fotografia efficace – che si riverbera su stati d’animo e comportamenti morali… Tutto è ambiguo, su tutto grava una situazione di paura e incombente minaccia esemplificata da alcuni fatti misteriosi (una sassata che rompe un vetro; i tergicristalli dell’auto trovati sollevati). Le speranze di cambiamento hanno lasciato spazio nel protagonista (interpretato con grande efficacia da Adrian Titieni), con il passar del tempo, a una disillusione disperata e a un profondo disagio condito da sensi di colpa. Nulla – neanche cambiare donna – sembra servire a migliorare le cose. Ma è giusto imporre a una figlia la convinzione ormai rassegnata che solo favori e “trucchi”, pur “a fin di bene”, possano aggiustare le cose? «Vogliamo solo che tu abbia una bella vita, ne hai solo una…». È un cinema non cinico, come è stato detto, anzi profondamente morale, ma che al tempo stesso non infierisce sulle debolezze umane dei suoi personaggi (compresa la codardia del fidanzato della figlia), messi in faccia a svolte e dilemmi non facili da affrontare. Un film di grande tenuta drammaturgica, quasi da thriller dell’anima, con momenti di forte tensione accoppiato a un rigore formale che non è sinonimo di povertà di stile.

Antonio Autieri