Di fronte a una crisi notturna del marito, la cinquantenne Sonia chiama un dottore. Ma si può solo tamponare il problema: il marito, malato di cancro, peggiora sempre più e le cure sono inadeguate. C’è bisogno di un nuovo farmaco, piuttosto costoso ma che può prescritto dal medico curante, e c’è di mezzo un’autorizzazione per superare gli ostacoli posti da un’assicurazione sanitaria. Ma il dottor Villalba però non si trova mai, né al telefono né in ospedale, dove si nega e poi se ne va di soppiatto. Ma Sonia non si arrende e, accompagnato dal giovane e riluttante figlio, lo insegue fino a casa: bastano pochi minuti per una firma, cosa ci vuole? Poi, quando il medico – che sta andando a giocare a squash con alcuni colleghi… – la respinge con indifferenza, lei trova il modo di farsi ascoltare, tirando fuori una pistola… È solo l’inizio di un percorso sempre più pericoloso per Sonia, perché dal dottor Villalba si passa a un direttore generale, e poi a un’altra dirigente della compagnia di assicurazioni… Riuscirà nel suo intento di avere la sospirata autorizzazione, arma in pugno pronta a essere utilizzata, la donna finita nella spirale di un incubo burocratico kafkiano?

Rodrigo Plà, regista uruguaiano per nascita e messicano per adozione noto nel circuito dei festival (suo nel 2007 l’apprezzato La zona), ambienta in Messico una storia di malasanità, tra il film di denuncia e il thriller noir. Immerso in una fotografia cupa e angosciante, con immagini povere in ambienti disadorni, il film – presentato a Venezia 2015 nella sezione Orizzonti – prende lo spettatore alla gola e lo trascina, per la breve durata di 75’, in un gorgo di ingiustizia e disperazione. Dove sembra che l’umanità e perfino il buon senso siano beni fuori commercio, tanto che le scuse e le “fughe” di chi non vuole aiutare la povera Sonia sono a volte goffe e al limite dell’umorismo (grottesco). In ciò fa la sua parte la stessa donna, che non si ferma davanti a niente, neppure allo spogliatoio maschile dove si stanno cambiando due anziani medici. In parallelo, ogni tanto, sentiamo voci fuori campo di interrogatori in un processo, e intuiamo come può essere andata a finire la vicenda. Che poi si concluderà nel modo più prevedibile, anche se un verdetto ci viene negato: perché è l’ultima cosa che può interessare, di fronte alla corruzione disgustosa che ci viene spiegata (il vertice sono i premi che ottengono dalla compagnia di assicurazione i medici con le più alte percentuali di richieste di cure negate…) e all’assenza di umanità di cui fanno spese i più indifesi.

Se la storia è forte, lo stile del regista è un po’ troppo compiaciuto nel suo minimalismo respingente: uno stile che sarà anche in sintonia con l’angoscia che vuol trasmettere la corsa contro il tempo, ma relega Un mostro dalle mille teste – titolo che potrebbe evocare la burocrazia corrotta, più che la malattia mortale del marito – nell’ambito di una nicchia per addetti ai lavori e cinefili molto motivati. Un vero peccato, perché Plà ha tante idee di regia mica male: la capacità di tenere alta la tensione si appoggia, per esempio, su alcuni momenti in cui l’azione avviene fuori scena, sia sonora (come nel caso delle fasi del processo che avviene in parallelo, e di cui vediamo solo alla fine l’aula di tribunale) sia visiva, quando la macchina da presa si sofferma su un personaggio laterale, ad aumentare la suspense dello spettatore rispetto per quello che sta avvenendo. In definitiva un buon film, che poteva essere ancor più incisivo e di maggior diffusione se avesse puntato su un respiro più ampio, senza rinnegare la durezza della storia ma volendo farla arrivare a un maggior numero di spettatori. La scelta opposta, ahinoi, sta diventando il marchio di fabbrica di tanto cinema d’autore contemporaneo.

Antonio Autieri