Basilicata, 1964. Il piccolo Salvatore ha un’unica passione, il cinema, che provoca continue discussioni con il padre fervente comunista. Ma nell’estate della morte di Togliatti accade qualcosa che cambierà per sempre il rapporto tra i due…,Il regista Giuseppe Papasso (molti documentari alle spalle) si sceglie come punti di riferimento “nobili” il Tornatore di Nuovo cinema Paradiso e il Truffaut de I quattrocento colpi per questo suo esordio al cinema di finzione. La storia, semplice sia nella scrittura che nella realizzazione (anche per evidenti questioni di budget che penalizzano il racconto) è quella di un bambino che vive appunto per la passione esclusiva per la Settima Arte in un contesto – quello dell’Italia meridionale e rurale – che sembra fatto apposta per rendergli le cose difficili. Passione altrettanto forte, infatti, nutre suo padre, modesto lavoratore, per l’ideale comunista che tenta inutilmente di inculcare nella testa e nel cuore di un bambino che più che per le teorie di Marx si entusiasma per le imprese di Maciste e inizia a provare i primi turbamenti di fronte alle immagini de La dolce vita che in quegli anni scandalizzavano l’Italia, fosse quella delle parrocchie o dei circoli comunisti. Quando si presenta l’occasione di acquistare un proiettore dismesso dal cinematografo locale, Salvatore, senza pensarci troppo, sottrae i soldi che il padre i suoi compagni avevano raccolto per pagarsi il viaggio per partecipare a Roma alle esequie di Togliatti. E, aggiungendo al danno la beffa, contribuisce all’apertura di un cinema parrocchiale.,Prendendo a prestito atmosfere, oltre che dai due film citati all’inizio, anche al Don Camillo di Guareschi e della riduzione cinematografica con Gino Cervi e Fernandel, e descrivendo con compiaciuta nostalgia l’innocenza ma anche la durezza di un’Italia che non c’è più, Papasso racconta un racconto di formazione che passa attraverso lo scontro tra generazioni ma anche la scoperta dell’altro sesso (questa forse un po’ meno riuscita) e l’assunzione di responsabilità come doloroso passaggio verso l’età adulta. La forza del cinema e delle immagini, che all’inizio sembra la pietra di scandalo che divide padre e figlio, finirà per esser l’unico effimero punto di incontro tra i due in un finale tanto emotivo quanto eccessivamente “scritto”, quindi a rischio di apparire non sincero.,Luigi De Giorgio