Il film (premiato come miglior sceneggiatura a Venezia 2026) si apre sulla musica di Louis Armstrong che canta “It’s a Wonderful World” sui titoli di testa, ma invece della natura tutto ciò che ci appare sono scale mobili e facciate di vetro di grattacieli parigini. Nella sua realistica trilogia sul mondo del lavoro, composta da La legge del mercato (dal punto di vista di un disoccupato), In guerra (dal punto di vista di un sindacalista) e Un altro mondo (dal punto di vista di un caposquadra), il regista francese Stéphane Brizé ha già ampiamente dimostrato il suo punto di vista sul capitalismo globale. Tuttavia ora torna con Un bon petit soldat (Un bravo soldatino), con la stessa chiarezza e durezza, unite a una vena di amara ironia: il film è ambientato in una compagnia di assicurazioni i cui manager sono particolarmente insopportabili, soprattutto quando si presume agiscano in buona fede.
Quando Carla Moretti (Alba Rohrwacher) assume il suo nuovo prestigioso incarico di responsabile delle risorse umane di un gruppo assicurativo, si trova subito ad affrontare una sessione interna di discussione su un video promozionale che l’azienda sta utilizzando per migliorare la propria immagine come datore di lavoro attraente per i giovani talenti. Il video presenta dipendenti con disabilità fisiche che, grazie all’approccio inclusivo dell’azienda, riescono a esprimere appieno il proprio potenziale sul posto di lavoro. Seduti intorno al tavolo, tutti commentano quanto il messaggio sia stato toccante e importante, almeno fino al turno dell’amministratore delegato (Vincent Lindon), che, con una semplice domanda, manda a gambe all’aria tutta la campagna: “Un talento di alto livello appena laureato in economia aziendale vorrebbe davvero lavorare con un paraplegico quando entra nel mondo del lavoro?”. Brizé ha anche un occhio preciso per gli aspetti assurdamente comici degli esercizi di team building obbligatori, in cui ai partecipanti viene chiesto prima di tutto di raccontare un piccolo momento di felicità delle ultime 24 ore (un ascensore che si trovava al momento giusto; o una barretta di cioccolato in più caduta per sbaglio dal distributore automatico).
Ma ogni volta che le risate in sala si fanno più forti, si intuisce che la situazione sta per degenerare: quando una dipendente particolarmente timida si rifiuta di partecipare, viene messa sotto pressione dai colleghi proprio mentre è alla ricerca di momenti di felicità. E quando questi stessi momenti vengono poi riproposti come brevi spezzoni nel film rimontato, il cinismo, visti gli slogan utilizzati, è davvero inaudito: “Ci teniamo ai nostri clienti. Ci teniamo ai nostri dipendenti.”
Carla inizia con le migliori intenzioni. Ad esempio, quando scopre che la donna timida dell’esercizio di gruppo viene anche brutalmente bullizzata e umiliata dalla sua caposquadra a causa della sua prestazione al di sotto della media (raggiunge solo il 100%), le viene persino consegnata una registrazione segreta di una di queste sfuriate; ma Carla viene deliberatamente indotta dai suoi superiori a credere che in questo caso il vero problema sia la dipendente vittima di bullismo. Carla, quindi, le suggerirà in seguito, in una conversazione che rappresenta un grande esempio di manipolazione psicologica, che dovrà lasciare l’azienda. Quando il sempre brillante Vincent Lindon si scaglia contro il politicamente corretto all’inizio, è davvero divertente e inizialmente sembra persino plausibile. Ma in seguito, ci si sente quasi in colpa per aver riso alle sue osservazioni. Dopotutto, nessuno può sfuggire a un sistema, che esige solo i “bravi soldatini” del titolo.
Beppe Musicco
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