Alla fine è stato l’italiano Gianfranco Rosi, bissando il successo a Venezia di Sacro GRA, con il suo sensibile documentario Fuocoammare, a portarsi a casa l’Orso d’Oro di questa edizione del Festival di Berlino. E lo fa meritatamente, a di là del “tempismo” di un film sui migranti a Lampedusa (ma il film di Rosi è molto più di questo) in una kermesse in cui le domande sull’argomento caldo dell’emergenza rifugiati erano così numerose (e a volte francamente inopportune) da aver fatto perdere l’aplomb anche a George Clooney durante la conferenza per Hail Caesar!. Un premio “pesante” per un autore italiano che dimostra che la vittoria veneziana non è stata un exploit e mescolando un tema di attualità con le vicende umanissime di un ragazzino riesce a creare un piccolo capolavoro che scavalca il pietismo di maniera per venire incontro a una vera umanità. Il film ha vinto anche il premio della giuria ecumenica e ha guadagnato il plauso della critica internazionale e quello di Amnesty International.

L’Orso d’Argento va a Death in Sarajevo di Danis TanovicTanović, dinamica allegoria del dramma dei Balcani tutto girato all’interno di un grande albergo della capitale Bosniaca, nel giorno in cui si celebra l’anniversario dell’attentato di Gavrilo Princip che diede origine alla Prima Guerra Mondiale. In un microcosmo perennemente sull’orlo di una crisi, si mescolano le istanze sindacali dei dipendenti che non ricevono lo stipendio da mesi, le manovre quasi mafiose del direttore con le spalle al muro, le prove di un attore francese sotto sorveglianza, mentre sul tetto una giornalista bosniaca approfondisce il tema e si mette a litigare con un serbo che porta lo stesso nome dell’attentatore di un secolo prima. La tragedia, come sempre nella polveriera balcanica, è solo a un passo dalla farsa e dal melodramma ed è con questo mix che Tanovic si è portato a casa anche il premio della Critica internazionale.

Interessanti anche gli altri premi, in particolare quello alla regia a Mia Hansen-Løve per L’avenir, che vede una splendida Isabelle Huppert nei panni di un’insegnante di filosofia di mezza età che deve affrontare le sfide della fine di un matrimonio, della gestione di una madre difficile e del confronto con un ex allievo molto amato che ora la contesta nel nome di una rivoluzione che lei non condivide. La Huppert (che avrebbe potuto meritare il premio alla migliore interpretazione femminile, andato invece alla Tryne Dyrholm di La commune  di Thomas Vinterberg) brilla in una parabola realistica e piena di umorismo che parla di una crisi, ma evita la trappola del patetismo. Il premio per l’interpretazione maschile va invece a Majd Mastoura, interprete di Hedi di Mohamed Ben Attia, storia di un giovane tunisino la cui vita preordinata verrà stravolta da un viaggio di lavoro che gli fa conoscere una donna capace di sfidare tutte le sue certezze precostituite, in una metafora della rottura delle tradizioni con tutto il dolore e le possibilità che ne conseguono.

Il premio della sezione Panorama, tradizionalmente decretato dal pubblico, va invece al film dell’israeliano Udi Aloni, Junction 48, dinamica storia di un giovane palestinese che sceglie la via della musica (nello specifico quella rap, il protagonista è il vero rapper Tamer Nafar) per affrontare le difficoltà della vita in una cittadina, tra oppressione talora ottusa da parte degli israeliani e difficoltà da parte di una comunità tradizionalista. Un racconto che stupisce e coinvolge al di là di qualche ingenuità, perché racconta di problemi di cronaca mediorientale con il piglio e l’umorismo di certe storie dei ghetti americane, senza fare sconti da nessuna parte. In realtà erano tanti i film con qualcosa da dire in questo festival che pullula di sezioni (tante quelle dedicate ai ragazzini di varie età, una specie di mondo a se stante che solo la Berlinale mette in scena) in cui c’è solo l’imbarazzo della scelta. Avrebbe forse meritato qualcosa anche La Route d’Istanbul, altra parabola attualissima su una madre alla disperata ricerca della figlia che, senza che lei ne avesse il minimo sentore, si è convertita all’Islam ed è partita per combattere con l’Isis in Siria. Anche qui parla l’attualità ed è drammaticamente reale l’incredula incomprensione di un genitore di fronte alla trasformazione di una generazione che sembra cercare ideali lontani dall’Europa nella maniera più assurda.

Forse non ci sono stati capolavori dove ce li si poteva aspettare: Alone in Berlin e Genius sono impreziositi da ottime interpretazioni, da un lato di Emma Thompson, Brendan Gleeson e Daniel Brühl, dall’altro di Colin Firth, Jude Law, Laura Linney e Guy Pearce, ma forse faticheranno a trovare un loro pubblico. Mentre bisogna tifare perché trovi una distribuzione italiana l’adrenalinico War on Everyone di Michael McDonagh, regista di Calvary, qui in libera uscita con una storia volutamente eccessiva che omaggia gli anni Settanta e qua e là ha il sapore di un certo Elmore Leonard; ma anche Mahana di Lee Tamahori, che a chi scrive ha fatto ritrovare il sapore dei vecchi western nel mezzo di una saga familiare maori.

 

Laura Cotta Ramosino