Il regista Davide Ferrario svolge da anni esperienza di volontariato nelle carceri, aiutando a mettere in sena spettacoli teatrali che vedono come protagonisti i detenuti. Così è nata anche l’idea di Tutta colpa di Giuda, un film girato nel carcere delle Vallette di Torino, e nel quale quasi tutti i detenuti interpretano se stessi. A dare spunto alla storia è la proposta di Don Iridio, cappellano del carcere che si vede approvato un progetto teatrale: chiama allora Irena Mirkovic, giovane regista serba (Kasia Smutniak). Irena è una regista di teatro sperimentale e si trova spiazzata quando il cappellano praticamente le impone di mettere in scena la passione di Cristo, con tanto di costumi prestati da un amico parroco. Ma Irena decide di mettere in scena un Gesù che rifiuta la croce, con una rappresentazione inframmezzata da balletti e canzoni. Nascono una serie di problemi col prete, col direttore (col quale nasce anche un affetto) e con i detenuti, dato che nessuno vuole interpretare Giuda.

Se vogliamo guardare Tutta colpa di Giuda come il risultato di un laboratorio coi detenuti, l’operazione è sicuramente meritoria: le facce sono simpatiche, i balletti divertenti, molti dialoghi sono realistici e alcune battute strappano anche la risata (non certo però la Littizzetto nei panni della suora). Ma anche se aggiungiamo i numeri musicali dei Marlene Kuntz, la bellezza della Smutniak e il cinismo “alla partenopea” di Fabio Troiano, che interpreta il direttore, tutto questo non basta però a fare di tutto questo materiale un film “vero”. Quello cui si assiste sembra piuttosto un “work in progress”, una serie di scene cui manca una vera e propria trama, con alcune scelte narrative che convincono poco (la storia tra la regista e il direttore, per esempio) e con personaggi che meriterebbero al contrario più spazio (i carcerati sembrano sempre un unico personaggio e non singole individualità). A questo si aggiunge la discutibile scelta di mettere in bocca al prete dichiarazioni probabilmente più in sintonia con l’ateismo militante di Ferrario, che con la coscienza che ci si aspetta di trovare in un sacerdote cattolico. Così il povero don Iridio appare come il solito prete volonteroso ma stolido, che prima non si preoccupa di dare in mano la Passione a una che non ha mai neanche letto i Vangeli e poi vuole abolire lo spettacolo perché teme che non sia ortodosso. Forse poteva pensarci prima.

Beppe Musicco