Ruota intorno all’eccentrico scrittore americano Truman Capote (1924-1984) e alla stesura del suo romanzo più famoso, “A sangue freddo”, il film di Bennett Miller per cui il protagonista Philip Seymour Hoffman ha meritatamente guadagnato l’Oscar. La vita mondana del controverso e tagliente Capote (fu l’autore, tra le altre cose, di “Colazione da Tiffany” da cui fu tratto il celebre film con Audrey Hepburn) cambierà con l’appassionarsi dello scrittore al caso di cronaca alla base del suo romanzo “A sangue freddo”. Accompagnato dall’amica e scrittrice a sua volta Harper Lee (detta Nell), l’uomo si allontana da New York per recarsi nel paese dove è stato commesso il delitto per svolgere un lavoro di ricerca che starà alla base del libro che intende scrivere sull’accaduto. Cruciale l’incontro con uno dei due delinquenti, Perry, che lo scrittore comincerà ad andare a trovare regolarmente in carcere e con cui spenderà molto tempo a parlare. Che cosa scoperchia in Capote l’incontro con Perry? Un’infanzia caratterizzata da una madre assente (esperienza comune a Capote come a Perry)? L’opportunismo con cui si trattano i rapporti e le cose? Se, infatti, la fascinazione di Capote per Perry ha anche qualcosa di genuino, sicuramente è però fondamentalmente animata dall’obiettivo di sapere cosa successe davvero quella notte per poter scrivere il finale del suo romanzo; allo stesso tempo Perry trova in Capote un amico ma anche la possibilità di un valido sostegno legale. Capote consacrerà anni a questo momento della sua carriera e della sua vita. Perdendosi in esso, quasi smarrendo il contatto con la realtà e sacrificando l’attenzione verso i suoi più cari affetti, il compagno Jack e l’amica Nell. Quest’ultima rappresenta per lui la realtà, l’unica che abbia il coraggio di metterlo di fronte alla realtà dei fatti. E di se stesso. Non a caso, in una scena, Capote, sigaretta in una mano e un drink nell’altra (preludio a quella che sarà la vera fine dello scrittore, anni dopo, morto di alcolismo) non riesce a guardare in faccia l’amica che gli parla, ma lascia che lei si volti, ferita dalla lontananza di lui, e si allontani. Vale la pena vedere il film per come è mostrato l’approccio di Capote al suo lavoro: vuole entrare in contatto con la realtà di cui scrive, conoscerla approfonditamente (estrema ed emblematica in tal senso la scena in cui, nella camera ardente dove sono conservati i corpi della famiglia sterminata, lo scrittore apre le bare per vederne i corpi). E allo stesso tempo vale la pena vederlo per la realizzazione convincente (merito anche degli attori, tutti bravissimi, e di una fotografia oscura e fredda, come i fatti). Merita anche per come è stata resa efficacemente l’angoscia di Capote man mano che scivola nell’ossessione per la fine del romanzo e per ciò che esso, esistenzialmente, ha comportato per lui (altro dato non trascurabile: vien voglia di leggere il romanzo, che è di fatto un ottimo romanzo). Interessante la decisione del regista di non fare di Capote arbitrariamente un eroe (per quanto sempre tratteggiato come personaggio affascinante e con delle indubbie qualità); lo stesso regista che ha descritto (lasciandola più che altro intuire) come triste e solitaria la fine di un artista che della realtà si interessa solo nella misura in cui lo ispira per il suo lavoro. E che della realtà si appassiona a un pezzetto non riuscendo, però, a metterlo in relazione con tutti gli altri fattori della vita. Una scelta che, per contrasto, restituisce all’arte la sua dignità di strumento supremo non solo di rappresentazione del reale, ma di godimento e introduzione nel reale stesso.,Eva Anelli