Dopo Forza maggiore, dove si concentrava più precisamente sui rapporti di forza e debolezza all’interno di una coppia, e The square, dove si prendeva serissimamente gioco del mondo dell’arte, lo svedese Ruben ÖstlundPalma d’oro a Cannes per la seconda volta – sceglie decisamente la strada della satira sociale mettendo in scena una “nave dei folli” che naviga incontro alla tragedia ma lo fa attraversando ogni possibile stadio del grottesco e della commedia nera in un film che a qualcuno potrebbe ricorda Un filme falado di De Oliveira ma decisamente survoltato.

A condurci nella storia è una coppia squilibrata, quella formata da Karl (Harry Dickinson), giovane modello di belle speranze (il film inizia con una finta intervista che si prende gioco del mondo della moda in cui i brand di lusso vanno pubblicizzati col broncio per guardare dall’alto in basso i clienti e quelli cheap con grandi sorrisi inclusivi) e Yaya, super modella che, pur tenendo evidentemente i cordoni della borsa (nel mondo della moda le sperequazioni salariali funzionano al contrario), gioca con i ruoli all’interno della coppia esasperando il fidanzato.

Se questi due ci sembrano fuori dal mondo non ci vuole molto per scoprire che non sono gli animali più strani dello zoo che abita la nave da crociera dove hanno vinto un viaggio (lei è influencer e passa il tempo a postare foto più o meno costruite della sua vita perfetta). Accanto a loro un gruppo di russi pieni di soldi (quando il film è stato realizzato la guerra era di là da venire e non se ne ha sentore), che per farsi passare il senso di colpa decidono che tutto l’equipaggio deve fare un tuffo in mare anche se dovrebbe lavorare, un ricco svedese che ha appena venduto la sua azienda e che si ritrova senza fidanzata, due arzilli vecchietti proprietari di una fabbrica d’armi (il divieto delle mine anti uomo, ci informano, ha solo marginalmente toccato i loro profitti) e un equipaggio guidato da un capitano ubriacone che non vuole uscire dalla sua cabina (Woody Harrelson), una coppia di tedeschi in cui la moglie ha avuto un inctus e non si muove ma ripete sempre la stessa frase (In den Wolken, tra le nuvole).

Östlund si prende il suo tempo a disporre sulla scacchiera i suoi pezzi, godendosi le interazioni surreali tra ospiti ed equipaggio (compresi gli invisibili, la squadra di filippini che vive nei piani più bassi della nave), fino alla fatale cena del capitano, organizzata in piena tempesta, con la nave che si inclina sempre di più. Mentre uno alla volta gli ospiti cedono al mal di mare e dalla sentina inizia a riversarsi sui ponti puzzolente liquame, il capitano sempre più ubriaco si mette a discute di comunismo e capitalismo con il russo miliardario. Non bastasse questo, quando il mare torna tranquillo ci pensa un gruppo di pirati ad attaccare la nave (tocco di ironia, lo fanno con bombe a mano che i vecchi inglesi riconoscono come fabbricate da loro) che esplode e va a fondo.
E a questo punto inizia un altro film perché i pochi sopravvissuti (oltre a Karl e Yaya, il riccone russo, lo svedese, la tedesca con l’ictus, il secondo ufficiale, la responsabile delle pulizie filippina, e il macchinista di colore che ovviamente viene subito scambiato per un terrorista) si ritrovano su una spiaggia desolata e i ruoli sociali si ribaltano visto che la donna delle pulizie si dimostra l’unica in grado di accendere un fuoco e procurare del cibo. Il regime che la donna instaura, fatto di premi e punizioni distribuiti con un misto di giustizia e arbitrio, ha la stessa precarietà di quello ordinario, ma mette a fuoco più velocemente la fragilità di persone e rapporti (Karl si guadagna il posto di favorito di fatto prostituendosi, ma forse questa sistemazione gli appare in fondo più onesta della precedente), fino alla sorprendente beffa finale.

Il tono di Östlund oscilla tra il tragicomico e il surreale e la storia scava con spietata ironia su tutte le convenzioni del mondo in cui viviamo, talora spingendo fin troppo il pedale del grottesco e indugiando con tempi talvolta un po’ dilatati a sottolinearne debolezze e assurdità. Il cast lo segue con convinzione e il pubblico se la gode, apparentemente incosciente di far parte di quello stesso equipaggio destinato prima o poi a schiantarsi da qualche parte senza nemmeno rendersene conto.

Laura Cotta Ramosino

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