Ennesima parabola sui pericoli della tecnologia e sulla tentazione tutta umana di farsi Dio, questo Transcendence, firmato dall’abituale direttore della fotografia di Christopher Nolan (che qui produce), ricama con non grande originalità su temi e situazioni già note, poggiandosi soprattutto sul declinante carisma di Johnny Depp, improbabile genio dell’informatica che l’amore della moglie e la tecnica fanno sopravvivere all’interno di un computer.,In molte tradizioni favolistiche appaiono racconti di innamorati che siglano patti con le forze oscure per riavere indietro l’amato perduto e poi scoprire che colui che torna dalla morte non è mai la stessa persona che si è perduta, sempre che sia una persona… Queste false resurrezioni sono più una maledizione che un miracolo e portano solo sofferenza, morte e follia. Qui a fare le veci della strega o del diavolo è una tecnologia ormai senza limiti di sviluppo, siano essi scientifici o morali, ma i risultati non cambiano molto. A fungere da voce della saggezza è il collega Max Waters, esperto di neuroscienze, che inizialmente, anche se con riluttanza, aiuta Evelyn nel suo folle progetto di trasferire la coscienza del marito moribondo in un mega computer, ma quasi immediatamente coglie i pericoli e l’intrinseca assurdità dell’operazione e finisce per guidare l’opposizione ai progetti di Evelyn e del redivivo (?) Will. Max è un personaggio ambivalente, prima collaboratore e poi oppositore del progetto frankensteiniano di Evelyn (di cui sembra pure innamorato), è insieme la voce della coscienza ma anche la vittima sia dei cultori della tecnica che dei suoi oppositori. Abbastanza discutibile appare la sua adesione, anche se all’inizio forzata, alle posizioni di un gruppo di persone che sono gli assassini del suo migliore amico come di molte altre persone. E difficilmente interpretabile, anche se certamente non casuale, il fatto che al collo gli penda una croce, anche se il personaggio non sembra essere particolarmente religioso. ,Lo sviluppo della trama, per il vero, è abbastanza farraginoso: da una parte ci sono Evelyn e Will-computer intenti ad espandere la sua potenza e le sue capacità, inizialmente con scopi benefici e poi in modi sempre più discutibili e inquietanti, dall’altra il gruppo di terroristi antitecnologia responsabili della “morte” di Will come di molti altri scienziati; e poi Max che, dopo essere stato rapito, ne ha abbracciato le convinzioni se non i metodi, ma pure il vecchio mentore di Max e Will, il professor Tagger, lui stesso sopravvissuto a un attentato, e persino un agente dell’FBI. ,Se Trascendence non sembra in grado di dire molto di nuovo sui pericoli delle tecnologie rispetto a narrazioni più ardite e articolate (a partire da 2001 Odissea nello spazio o Terminator, per continuare con Io sono leggenda o il recente Snowpiercer), più interessante appare lo sviluppo del rapporto tra Evelyn e Will. Dalla totale simbiosi iniziale (che impedisce a Evelyn di lasciare andare il marito la prima volta) ad un’inquietante convivenza perenne, in cui lo sguardo riverente dell’amante si tramuta nell’occhiuta guardia del carceriere, fino al sogno di una sorta di fusione tecnologica che sembra aspirare all’annullamento dell’alterità. Una riflessione anche tematicamente profonda sostenuta però da una narrazione un po’ claudicate e da personaggi che, a parte il terzetto di protagonisti, restano del tutto superficiali. A dispetto di quanto potrebbe far pensare per assonanza il titolo, Transcendence ha poco a che fare con il problema della “trascendenza”, anche perché vede sostanzialmente l’uomo come creatore dei propri dei, siano essi quelli di una sopravvivenza oltre la morte tecnologicamente esperita, o quelli più “tradizionali” delle epoche precedenti. ,Visivamente senza dubbio ammirevole (e non stupisce vista la provenienza del regista dal reparto fotografia), Transcendence è un oggetto assai meno pregevole sul piano della narrazione, che alla fine rischia di lasciare l’impressione di “molto rumore per nulla”. ,Laura Cotta Ramosino,