Sul finire della guerra, su un altopiano immerso nella neve, un battaglione di soldati italiani si difende dal freddo e dalla paura in anguste trincee, mentre arrivano ordini illogici e “criminali” (come li definisce un capitano che preferisce togliersi i gradi piuttosto che farli eseguire) che portano alla morte chi è costretto a obbedire. Tra silenzi inquietanti e rumori in lontananza che annunciano il “lavoro” dei mortai, il gruppo – in cui risuonano voci e cadenze diverse di un’Italia che si scoprì per la prima volta davvero unita: belle le figure del napoletano che ama cantare e del veneto che esalta la bellezza dei larici – sembra aspettare solo di cadere uno ad uno, come le foglie di una celebre poesia dell’epoca. Unica compagnia, le foto e le lettere delle persone care (che esplicitano il senso di colpa di essere lontano e al sicuro).

Con l’allievo Maurizio Zaccaro come aiuto regista e il figlio Fabio come direttore della fotografia (molto suggestiva), il maestro di tanto cinema del passato riscatta il passo falso del modesto Il villaggio di cartone. Anche se Torneranno i prati è più una breve lirica che quell’affresco storico che la ricorrenza del centenario della Prima guerra mondiale avrebbe meritato. Ma dall’83enne Ermanno Olmi, che annunciò anni fa il ritiro dalle scene per poi ripensarci, non si poteva pretendere di più che questo breve, intenso, fisicamente dispendioso (notevoli le ambientazioni in uno scenario naturale impervio e inospitale) apologo indignato contro una guerra insensata, vista come una cupa pagina della Storia che, con un senno di poi che si sente costantemente sullo sfondo e si manifesta nelle frasi finali, i posteri dimenticheranno e da cui non impareranno nulla. Il titolo del film non indica infatti un futuro di speranza e di ritorno alla vita, ma un’amara considerazione affidata a un soldato che afferma: «Crescerà l’erba e di quello che abbiamo patito qui non si ricorderà nessuno, non sembrerà più vero».

Dedicato al padre che combatté nel conflitto mondiale e ispirato al racconto “La paura” di Federico De Roberto, Torneranno i prati sembra concludere una parabola sempre più cupa e pessimista sul genere umano del regista de L’albero degli zoccoli, che negli ultimi decenni ha accentuato i toni profetici e apocalittici. Ma se nell’ultimo suo capolavoro, Il mestiere delle armi (2001), la denuncia della malvagità dell’uomo e della bestialità della guerra si accompagnava alla grandezza dell’affidarsi a un Altro nel momento della morte, qui nulla riscatta un’insensatezza che lascia sgomenti e senza parole. Neanche quelle belle immagini di repertorio di soldati e popolazioni in festa, alla fine di quell’inutile strage.

Antonio Autieri