Norvegia, la notte di Natale, momento perfetto per una favola cinematografica. Un medico risponde al cellulare ed accetta di avventurarsi nella notte per un profugo la cui moglie sta per partorire. Un ragazzino si fa guidare da una compagna musulmana a vedere le stelle col telescopio. Un padre divorziato e con problemi mentali farà da Babbo Natale per i figli che non può rivedere. Ancora, un anziano fa compagnia alla moglie morente, due amanti consumano il rapporto per poi pentirsi e piangere. E infine il barbone Goran, uomo con il cuore colmo di cicatrici sanguinanti, torna a casa per Natale. ,Tante, tantissime storie nell’ultimo film del norvegese Bent Hamer. Eppure, chiamarle storie è un errore. In realtà ci troviamo davanti semplicemente a una serie di quadri, di piccoli eventi slegati gli uni dagli altri. Non vi è una trama reale a sottendere la narrazione e l’azione è di per sé completamente assente. Certamente il ritmo ne risente (causa anche alcuni errori di sceneggiatura) e soprattutto per i primi venti minuti faremo fatica a farci coinvolgere. Eppure, se non caleremo l’attenzione e manterremo desta l’attesa, queste immagini acquisteranno a poco a poco colore (nel senso fotografico del termine), significato e letizia. La calma e la poeticità di un cielo stellato, il tentativo di un padre di meritarsi una seconda possibilità con i figli, la voglia maleducata di amore di una coppia che deve perdersi prima di ritrovarsi: lui tornerà dalla moglie e lei andrà a chiedere scusa in chiesa, alla Messa di Natale. ,In fondo il cinema di Bent Hamer è sempre stato questo, il racconto per immagini di uomini desiderosi di trovare una compagnia, di amare qualcuno per sentirsi vivi. Si pensi a Il mondo di Horten e il suo “folle volo” verso l’abbraccio della madre; all’umanità (seppur a tratti tragicamente dannata) di Factotum. La voglia di mettersi insieme per costruire qualcosa di buono. E anche se là fuori c’è quasi sempre il buio, la paura per un fato che può voltarti le spalle (questo è accaduto a Goran), non ci si gira a guardare da un’altra parte, non ci si distrae né ci si dispera. No, Bent Hamer, con il suo cinema riflessivo e impegnato, decide di guardare in faccia quel buio misterioso e, cosa ancor più grande, a proporci una speranza: quel padre profugo che chiama fuori di casa il dottore senza sorriso, lo conduce in una fredda baita fuori dalla civiltà (perché non possono andare all’ospedale, per loro lì non c’è posto), gli mostra la madre partoriente nel dolore. Nasce un bimbo bellissimo e i genitori ringraziano il dottore. Il dottore, commosso, ringrazia loro. Poi se ne va a piedi, sotto la neve, lasciando in dono la propria macchina a quei poveretti, desideroso di una paternità da cui era sempre scappato. Da lì, da quel desiderio, si riparte. Questo è il più grande augurio di Natale che Bent Hamer potesse farci.,Andrea Puglia