Due immigrati africani, l’undicenne Tori e la sedicenne Lokita, vivono di espedienti in una città belga, facendosi passare per fratello e sorella. Lei deve ottenere il permesso di soggiorno ed è sotto ricatto di un uomo che la usa e che affianca all’attività “regolare” in un ristorante quella di trafficante di droga (con il piccolo Tori usato come corriere). In più deve saldare il debito con chi l’ha fatta venire in Europa, mandare soldi alla mamma e ai numerosi fratelli in Camerun, e magari cercare di sopravvivere in Belgio tra una fuga e l’altra. Insieme a quello che è un amico, oltre che un “fratello”, con cui il legame di familiarità è sempre più forte. Ma i rischi e i soprusi sono anch’essi crescenti.

I fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne hanno segnato il cinema degli ultimi venticinque anni, con film intensi, duri, commoventi pur nella loro estrema sobrietà e asciuttezza: da La promesse (il primo ad essere arrivato in Italia) a Rosetta, da Il figlio a L’enfant, da Il ragazzo con la bicicletta a Due giorni, una notte. Il loro nuovo film racconta ancora una volta le vite di persone ai margini della società, cui i due registi belgi hanno dedicato la loro arte. Ma ora il loro cinema sembra essersi appesantito, colpisce meno pur raccontando vicende terribili come quella di Tori e Lokita, loro dodicesimo lungometraggio di finzione. Come nei due precedenti film, La ragazza senza nome e L’età giovane, le storie hanno perso semplicità e stringatezza narrativa, si punta su colpi bassi ovviamente in uno stile che è sempre asciutto ma con risultati modesti artisticamente, cosa che non ci aspetteremmo dai Dardenne. Non è solo il fatto che la speranza nei loro film migliori, per quanto fosse flebile come una fiammella in una notte gelida, sembra ormai sparire dalle loro recenti produzioni, ma che la programmaticità dei loro ultimi drammi sia così schematica da risultare di maniera, con i buoni irreprensibili e candidi alle prese solo con esseri brutali e spregevoli (e neppure istituzioni, chiesa africana e associazioni di volontariato ne escono bene); e gli eventi così brutalmente prevedibili da sfociare nel determinismo.

Poche le sequenze che rimangono nel cuore, forse solo il canto a noi caro di “Alla fiera dell’Est” di Angelo Branduardi che vediamo cantare dai due ragazzi. E quei “due soldi” risuonano come il valore che hanno certe vite per trafficanti senza scrupoli. Ma, ahinoi, due personaggi come Tori e Lokita – con quel che subiscono – non riescono a risultare memorabili come i loro “predecessori” nei migliori film dei Dardenne, a causa di una sceneggiatura debole e di una regia che sembra aver perso mordente. Forse anche di una minor conoscenza: con i personaggi degli ultimi film , i due registi belgi sembrano procedere più per stereotipi e soluzioni “sociologiche” o giornalistiche, non riuscendo più a dare la sensazione di una profonda conoscenza d’ambiente della società belga di due registi che si erano fatti le ossa con i documentari sociali.

Antonio Autieri

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