Un imprenditore che ama “sognare”, ma non ha i piedi per terra: così si presenta inizialmente il nuovo Checco Zalone, meno “assistenzialista” che in Quo vado? e in polemica contro chi mette i bastoni tra le ruote a chi vuole “fare”. Peccato che le sue idee siano bislacche (un ristorante a base di sushi nelle Murge…): inseguito dai creditori, scappa in Africa lasciando nei guai i parenti che avevano creduto in lui o comunque devono ora pagare le conseguenze delle sue “gesta” (madre, zii, due ex mogli). Checco in Africa si adatta a fare il cameriere, conosce prima Oumar – che ama l’Italia e il cinema neorealista – e poi una donna affascinante di nome Idjaba e il piccolo Doudou (che, suonando Dudù, ricorda al “nostro” un celebre cagnolino): con loro si dovrà proteggere dagli assalti dell’Isis nel villaggio dove ha trovato lavoro, scappare, affrontare varie vicissitudini e poi decidere di imbarcarsi per l’Italia. Non un viaggio molto piacevole, anzi, ma pieno di rischi…

Dopo quattro film di successo enorme e progressivo (debuttò dieci anni fa con Cado dalle nubi, uscito a fine 2009, cui seguirono Che bella giornata, Sole a catinelle e Quo vado?), Luca Medici in arte Checco Zalone con Tolo Tolo – che significa “solo solo” – è stato convinto dal suo produttore Pietro Valsecchi a passare dietro la macchina da presa (dopo il fortunato sodalizio con Gennaro Nunziante): inizialmente la regia doveva essere curata niente di meno che da Paolo Virzì, che qui firma con il protagonista/regista il soggetto e la sceneggiatura. E qui c’è il primo problema, in una sintonia tra due mondi che non deve essere scattata, consegnando al pubblico un film che parte alla Zalone, in Puglia, tra idee economiche balzane e familiari pittoreschi da cui scappare (ma si ride, subito, molto meno che in passato); e poi si fa sempre più “impegnato”, con la fuga al contrario dall’Africa (con riprese in Kenya e Marocco, ma alcune scene “africane” sono state girate a Malta), e i relativi incontri e pericoli. Tutti episodi che risultano abbastanza slegati tra loro per una regia poco fluida, a tratti movimentata ma confusa e molto incerta (con molti primi piani, e alcuni effetti inutili, come a dover dimostrare qualcosa), in cui però fa sempre capolino il simpatico Checco. Solo che sembra finito nel film sbagliato. Per dire: un’operazione analoga, anche se molto meno ambiziosa e anche meno “politica”, l’aveva fatta un paio di anni fa Antonio Albanese con Contromano: ma era un film più coeso, coerente, sorridente, e anche a tratti emozionante. Con un finale che si ricordava. Qui, alla fine, stentiamo a ricordarci i vari passaggi che arrivano, con il fiatone, a un finale che non fa nulla per restare nella memoria.

Intendiamoci: Luca Medici rimane un fuoriclasse, Checco Zalone una maschera dei nostri tempi di grande simpatia e potenzialmente graffiante: gag e battute ovviamente non mancano, anche se poche vanno veramente a segno come in altri casi, ma qualche battuta è carina e un sorriso lo strappa (divertente e autoironico il cameo di Nichi Vendola). E il “nostro” si conferma un comico e un artista attento alla realtà che lo circonda, anche con una sua nota di tenerezza (il candore con cui guarda la ragazza africana, il rapporto che si instaura con il bambino). Ma in Tolo Tolo a tratti sembra frenato, spaesato, forse schiacciato da preoccupazioni per il risultato da ottenere e per i nuovi impegni di regia: il film è atteso come un salvatore del cinema italiano per gli incassi che il comico porta da anni, le pressioni devono essere state fortissime; da qui i dubbi, i ritardi – ben 20 settimane di riprese – e gli slittamenti di uscita.

Il risultato è che manca ritmo, i tempi comici – perfetti nei precedenti film – sono molto più zoppicanti, il desiderio di un divertimento libero e sanamente scorretto rimane inappagato; alcune scene denotano paradossalmente scarsa cura (com’è possibile, con un budget molto alto e tante settimane di lavoro?), mal concepite (c’è pure uno spottone a un noto periodico…) e mal girate (l’assalto dell’Isis al villaggio, con il protagonista che si preoccupa delle telefonate di parenti e fiscalisti dall’Italia): e l’insistente voce fuori campo non aiuta. In più, nei precedenti film Checco Zalone emergeva alla grande ma si facevano apprezzare anche altri personaggi e i loro interpreti, discreti ma ben delineati. In Tolo Tolo, lui sembra poco in forma e gli altri (pochi bravi interpreti, come Nicola Nocella, in piccoli ruoli, mentre c’è un irriconoscibile Nicola Di Bari e un cameo abbastanza inutile di Barbara Bouchet) non si notano proprio.

Molti critici che lo hanno disprezzato per anni ora lo esaltano, parlano di maturità, di coraggio nell’affrontare temi seri e necessari (come se non lo avesse mai fatto) e anche di non far ridere (questa è davvero una battuta esilarante… Come se un comico si ponesse l’obiettivo opposto!), auspicando una ricaduta politica che quasi mai riesce a un film, figuriamoci a un film brillante che punta a intrattenere e a divertire. A ogni artista deve essere consentito innovare, trovare nuovi percorsi: ma qui non si intravvede una strategia di racconto precisa, bensì un occhieggiare l’attualità (il disoccupato che ha una rapidissima carriera e diventa politico e poi pluripresidente; gli “attacchi di fascismo” del protagonismo «che escono con il caldo e lo stress e che si curano con l’amore»; il dramma dei migranti con alcune scene davvero molto azzardate, in particolare il barcone che si rovescia in mare). Operazione che oltre tutto non è originalissima: di film che fanno riferimento ai nuovi politici di questa epoca ce ne sono già stati, e che parlano di migranti ancor più numerosi, e più centrati; ma anche rimanendo all’ambito comico – oltre al citato Albanese – poche settimane prima di Tolo Tolo ne avevano alluso chiaramente anche i natalizi Ficarra e Picone. E se è bastata una canzone/video clip a mo’ di finto trailer – che non c’entrava nulla con la storia – a suscitare mille polemiche, temiamo che ce ne saranno anche fin troppe con il film. Andando a intaccare, forse, quel patrimonio di simpatia collettiva che è stato il dato significativo del personaggio più popolare del decennio che si è appena concluso.

Antonio Autieri