Il semplice riassunto di Titane, l’opera seconda di Julia Ducourneau che ha vinto (a parere di chi scrive immeritatamente) la Palma d’Oro al Festival di Cannes 2021 del dopo pandemia, fatica a contenere l’insieme di pulp e di eccessi che la pellicola accumula in quello che sembra un reiterato tentativo di épater le bourgeois e di spingere in là i limiti della provocazione.

Alexia, a cui l’incidente in auto con il padre ha lasciato una placca sulla testa e un perverso fascino per le quattro ruote, è specializzata in balletti provocanti su bolidi appariscenti, che attirano l’attenzione di uomini e donne. Lei del resto non sembra fare molta distinzione tra i sessi (fa sesso con chiunque e uccide persone di entrambi i generi senza apparente rimorso, e fugge ogni tentativo da parte di altri esseri umani di avvicinarsi a lei), ma non si fa mancare anche un amplesso occasionale con una delle automobili che ha “corteggiato” durante uno dei suoi numeri.

Conseguenza indesiderata è una misteriosa gravidanza, che ha qualcosa della fecondazione diabolica di Rosemary’s baby  ma non sembra levarle gli istinti omicidi. Ben presto Alexia si ritrova in fuga con dietro una bella scia di cadaveri, ma riesce a levarsi dai guai passandosi per il figlio a lungo perduto di Vincent (Vincent Lindon, sempre efficace ma a cui si consiglierebbe di scegliersi ruoli migliori), anziano capitano dei pompieri che combatte il lutto e l’età riempiendosi di steroidi.

Questa svolta è solo una delle molte sfide al realismo e all’incredulità dello spettatore, che si ritrova catapultato in una caserma di pompieri dalle tinte camp (tra momenti di machismo esasperato e balletti in stile Village People), con Alexia che nasconde una gravidanza sempre più evidente con metodi da romanzo d’appendice dell’Ottocento.

Tra lei e Vincent intanto si sviluppa un perverso (come potrebbe essere diversamente) rapporto padre-figlia, mentre nella sua pancia cresce un essere che lei non sa se temere o odiare. La Ducourneau usa con mestiere la macchina per suggerire di volta in volta atmosfere da horror o da melodramma familiare, assecondata da due attori impegnati in un tour de force che è innanzitutto fisico più che emotivo. E tuttavia Alexia resta un personaggio respingente per cui è difficile provare un grammo di empatia, anche nei momenti in cui ne percepiamo la paura e l’orrore per quello che le sta capitando e non può controllare.

Nonostante qualcuno abbia gridato al capolavoro, Titane dà l’impressione fastidiosa di un racconto costruito a tavolino per assecondare il mainstream culturale e alzare l’asticella di quello che è lecito chiamare perversione, pescando dal Cronemberg di Crash e da Polanski, ma senza riuscire mai a trovare davvero un punto di contatto con lo spettatore che sul finale, di fronte al parto “miracoloso”, non sa se ridere o arrabbiarsi di fronte a due ore buttate.

Laura Cotta Ramosino

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