Quale sia questo delitto si scopre dopo circa mezz’ora, e lo si può dire perché su questo fatto si regge tutto il film: Juliette ha ucciso il proprio figlio di sei anni. Ragione per cui è stata abbandonata dai genitori (e la madre è uscita di senno, anche se quando andrà a trovarla per un istante sembra riconoscerla) e anche dalla sorella Léa, che dopo appunto 15 anni di galera la riaccoglie. Così Juliette, maschera di dolore e di tensione, va a vivere in casa di Léa che è ormai sposata – e il marito diffida apertamente della donna – e con le due figlie adottive. «Non è che non potessi avere bambini, è che non mi sentivo di averne uno dentro la pancia» dice la sorella; ad accrescere il rancore di Juliette per essere stata abbandonata. In realtà è lei, si scoprirà, a non aver chiesto aiuto a nessuno di fronte a una tragedia comunque incombente (non riveliamo il colpo di scena finale, ma possiamo dire che il gesto della protagonista è tragicamente d’attualità, e insensato come e più di casi di cronaca tristemente famosi di questi tempi). Così anche adesso si chiude in se stessa, sembra rifiutare le attenzioni di chi cerca un contatto. E quando si apre, per esempio a un poliziotto sensibile, questi pensa bene di suicidarsi, così da accrescere il suo senso di rifiuto per l’esistenza. Anche se un insegnante che la capisce potrebbe essere un’ancora di salvataggio.,Chi desidera vedere il film e non sapere quale sia il colpo di scena su cui si regge il film si fermi pure. Agli altri si può dire tranquillamente che Ti amerò sempre – decisamente sopravvalutato da giurie e critici – sta facendo incetta di premi in giro per l’Europa, per due motivi: l’interpretazione della britannica Kristin Scott Thomas (che vive però a Parigi), brava ma un po’ troppo di maniera nel dare nerbo a un film francese altrimenti esangue (ma è dotata anche la “sorella” Elsa Zylberstein); il tema dell’eutanasia, fortemente di moda anche nel cinema degli ultimi anni e capace (vizio di ideologia?) di calamitare allori e consensi (si pensi, più che al bellissimo Million Dollar baby, ai mediocri Mare dentro e Le invasioni barbariche). Al di là di un finale brusco e umanamente incomprensibile (la madre che afferma «io l’ho messo al mondo e poi l’ho tolto»: la presunzione di sentirsi il Dio della propria vita), il film non manca di pregi, annotazioni e figure qua e là interessanti (il nonno malato che smette di parlare). E anche l’idea di un ritorno alla vita grazie a incontri e affetti sembrerebbe interessante, anche se non originalissima e sviluppata per bozzetti.,Però alla fine la pellicola non convince: né come inaccettabile pamphlet che spaccia per umano quel che è sommamente contro natura (il bambino poteva riprendersi: la sua scelta ci appare più frutto dell’egoismo – vuole davvero non farlo soffrire o ha paura di soffrire lei, nel veder consumarsi il figlio? – che come gesto “d’amore”), né come tentativo di Philippe Claudel (romanziere noto in Francia) di passare dalla pagina scritta al cinema. Innanzi tutto visivamente, anche “grazie” a riprese digitali che rendono ancor più fredda la storia. Ma soprattutto sul piano narrativo: troppe soluzioni facili per “forzare” sentimenti d’emozione (il suicidio del personaggio più simpatico è un classico colpo basso tipico del cinema medio, senza contare la malattia di un bambino, ma anche le bimbe adottive dolci e buffe), troppi silenzi artefatti, troppa rarefazione del linguaggio e dell’azione. Per poi sfociare in un finale melodrammatico con scena madre quasi imbarazzante.,Antonio Autieri