Grande film, nerissimo e violento, ipertrofico e ambizioso, probabilmente il miglior Scorsese dai tempi di Casinò, il capolavoro per eccellenza del regista italoamericano e che qui viene riproposto in altra veste e in qualche misura aggiornato. Storia, svolte, ascesa, caduta e redenzione del protagonista, persino gli svariati registri utilizzati (dal melodramma al crime movie più cupo, da certi momenti surreali alla Tarantino alle improvvise e inquietanti esplosioni di violenza) e la forma e la messinscena impeccabili rimandano a quel grande film di metà anni 90 con protagonisti il terzetto formato da De Niro, Joe Pesci e un’indimenticabile Sharon Stone. Martin Scorsese è uno di quei registi che pareva aver perso smalto con la vecchiaia: dopo lo straordinario Casinò (1995) ha girato una serie di film minori, anche molto belli e interessanti come Kundun, a volte irrisolti e suggestivi (Al di là della vita) ma distanti anni luce dallo stile violento e dalla perfezione dei suoi tantissimi capolavori degli anni 70, 80 e 90. In un paio di occasioni, ha provato a dirigere grandi affreschi di uomini e di tempi con alterni risultati: Gangs of New York e The Aviator sono entrambi assai ambiziosi, curatissimi dal punto di vista della messinscena ma poco coesi al proprio interno e solo a tratti visivamente eccezionali e comunque lontani da capolavori come Toro scatenato o L’età dell’innocenza. Recentemente, il regista di Quei bravi ragazzi sembrava aver abbassato il tiro realizzando due film di genere simili nella forma ma un po’ meno nel risultato (The Departed è un solido B movie, Shutter Island è un thriller più accademico) per poi regalare quel piccolo gioiello che è Hugo Cabret, fiaba delicata e appassionata. Sembravano insomma lontani gli anni dei gangster romantici, disperati e un po’ psicopatici così come non più percorribile la dinamica che ha spesso segnato i suoi film: quella di un’ascesa, di una caduta rovinosa e di una redenzione dai tratti cristiani. Con The Wolf of Wall Street Scorsese torna ai fasti di un tempo e soprattutto a Casinò formalmente ripreso in più momenti: nell’uso magistrale della voce fuori campo ininterrotta per tre ore di film; nella cura maniacale del dettaglio; nella commistione di generi; nella relazione schizofrenica tra Di Caprio e Naomi. E soprattutto nei soldi che la facevano da padrone in quel film e che qui diventano, assieme alle droghe di cui è schiava tutta la banda del protagonista, vera e propria ossessione, vera e propria dipendenza.

La vicenda prende le mosse dal libro autobiografico di Jordan Belfort e da una serie di articoli che la rivista Forbes aveva dedicato al broker: la sceneggiatura di Terrence Winter (I Soprano), pur accelerando in alcuni momenti e in particolar modo nel raccontare il rapporto tra Jordan e la prima moglie così come nelle sequenze dedicate alla formazione del brooker, è assai efficace. Winter e Scorsese sono molto abili a mescolare registri e stili, dai momenti in perfetto stile crime movie – come tutta la vicenda legata al maggiordomo di casa Belfort – ad altri in cui fanno capolino dialoghi surreali alla Tarantino, fino ad addentrarsi nei territori tipici del cinema di Scorsese: il melodramma nevrotico, la tragedia che si sfiora in più di un momento della narrazione, il racconto di una vera e propria perdita d’innocenza di un singolo ma anche di un’intera narrazione. Come suggeriscono le tante sequenze con protagonista la masnada esaltata degli impiegati di Belfort e che nella cinefilia elegantissima del regista italoamericano diventa un omaggio a un grande film muto di King Vidor, La folla, film del 1928 realizzato poco prima del crollo di Wall Street e che racconta la vicenda di un uomo che vuole fare qualcosa di grande della propria vita con le proprie mani ed emergere dalla massa. Stessa storia di Jordan che, dopo un breve praticantato con un nevrotico (e bravissimo) Matthew McCounaghey, metterà in piedi una banda di cialtroni (interpretati da caratteristi uno più in gamba dell’altro, compreso uno straordinario Jonah Hill: il migliore del cast assieme a un gigantesco Leonardo Di Caprio) a capo di una società di intermediazione finanziaria ma che in realtà lucra alle spalle dei piccoli ma anche grandi investitori. Come Vidor, anche Scorsese mette in scena un film sulla sconfitta e soprattutto sulla crisi, economica, morale, individuale: anche se è citato nel film e in tanti lo hanno effettivamente accostato a Berlfort, il Gordon Gekko di Wall Street è lontano. Non tanto per la spregiudicatezza del comportamento o per l’amoralità ma per il tipo di operazione che stava alle spalle al film di Oliver Stone. Che era girato nel 1987 e che era una denuncia del marcio che stava dietro alla meravigliosa macchina da soldi che era Wall Street in quegli anni. Scorsese fa un film diverso. Se ne frega degli anni 80 e 90, che vengono evocati con dettagli non fondamentali, e gira un film sull’oggi. Sulle banche senza nome che fregano te che sei un piccolo risparmiatore. E soprattutto realizza un’opera dolorosa su un bravo e bel ragazzo che perde tutto in un tragica sequenza di accadimenti. Tutto quel che è e dà fisionomia al suo volto lui lo perde e nel modo peggiore: la donna, gli amici, i soldi, gli affetti. Il tutto raccontato con uno stile ipertrofico fatto di tanto sesso, anche esibito e fastidioso, tanta violenza verbale e non solo, tante meschinità.

Scorsese, da questo punto di vista, non ci fa mancare proprio nulla e le tre ore di film, dense di sequenze esplicite, possono dare fastidio per un certo dilungarsi e una certa, apparente condiscendenza nel raccontarle e nel giudicarle. Ma è solo l’apparenza: sotto e nemmeno troppo a fondo, si nasconde la storia di un uomo che volle fare qualcosa di grande nella propria vita e per questo rinunciò a tutto, comprese le cose più belle e più vere, schiavo delle proprie nevrosi e delle proprie debolezze inutilmente mascherate, giù a precipizio in un vortice cupo dove si perde la nozione del Bene e del Male, cioè se stessi. Un po’ come il Travis Bickle di Taxi Driver che al primo appuntamento si porta la ragazza in un cinema porno e rovina tutto o come il Sam di Casinò che pestava la sua donna per troppo amore e finì per perdere tutto, così anche Jordan è un antieroe cupo e triste nonostante tutti i sorrisi, crocifisso dai suoi vizi che pillola, dopo pillola, lo trascineranno in un baratro di solitudine e di abbandono.

Simone Fortunato