Altro che Sacro GRA, vincitore alla Mostra di Venezia 2013: il miglior documentario del festival veneziano, in concorso, era The Unknown Known diretto da Errol Morris. Già premio Oscar per Fog of War, il film-intervista su Robert McNamara (Oscar per il documentario 2003), segretario alla Difesa con Kennedy e Lyndon Johnson, che coraggiosamente si assumeva le sue responsabilità per il disastro del Vietnam, Morris stavolta ha di fronte Donald Rumsfeld, anziano ma ancora lucido ed energico politico repubblicano che ha servito gli States ai più alti livelli governativi sotto la presidenza di Richard Nixon e di Gerald Ford negli anni 70, fino a diventare Segretario alla Difesa, carica che molti anni dopo ricoprì ancora con George Bush figlio (nonostante la storica inimicizia con George Bush padre, ex presidente) nei terribili anni post 11 settembre. Fu Rumsfeld l’artefice insieme al vicepresidente Dick Cheney dell’escalation psicologica che portò alla guerra in Irak: i due super falchi che architettarono, “a fin di bene” (ovvero la cacciata del sanguinario dittatore Saddam Hussein) la famigerata esibizione di prove false ma spacciate per vere (all’Onu, dall’inconsapevole “colomba” dell’amministrazione Colin Powell, quasi a punirlo per aver dubitato e cercato di frenare le loro mosse). Quella guerra poteva essere il suo trionfo, ma segnò la sua uscita di scena: si dimise a mandato di Bush II in corso proprio a causa del fallimento del conflitto irakeno.,Rumsfeld però non si sente uno sconfitto, anzi: sornione, sarcastico, ambiguo ma a suo modo affascinante e certo sicuro di sé, è un principe della dialettica fino alla mistificazione (la parte del superfalco che gli era cucita addosso farebbe pensare a un rozzo uomo dai modi spicci, non a un politico sottile e brillante), con battute folgoranti: «L’assenza di prove non costituisce la prova della loro assenza», per esempio; oppure, per difendersi dalle accuse di trame contro i suoi avversari politici, «Quando uno cade, preferisce dire che lo hanno spinto, non che è inciampato». E poi la lunga “cantilena”, che dà origine al titolo del film, giocata sulle parole “Unknown” e “Known”, fatti noti che poi scopriamo di non conoscere affatto. Morris e Rumsfeld inscenano un lungo e cortese duello (che deriva da 11 incontri e 33 ore di intervista, ridotte a meno di due nel film), in cui il regista evita sia il piglio scortese e insolente del “nemico” a priori come potrebbe essere un Michael Moore (spesso scorretto con le sue vittime: come lo fu con il povero Charlton Heston in Bowling a Columbine, seppur con grande efficacia “drammaturgica”) o uno dei suoi imitatori televisivi o cinematografici italiani, sia l’intervista timorosa e pavida che pure un uomo del calibro di Rumsfeld avrebbe potuto strappare dall’alto della sua fortissima personalità. Il controverso politico americano non si sottrae a nessuna domanda, neanche le più insidiose (ma sempre, appunto, formulate correttamente), appoggiandosi alla formidabile memoria e ai documenti: che poi sono soprattutto i suoi famosi memorandum, definiti “fiocchi di neve” per la copiosità con cui Rumsfeld li inviava a colleghi (ne produsse oltre ventimila dal 2001 al 2006), sottoposti e superiori, amici e nemici. Gli argomenti sono quelli più scottanti: il Watergate e le lotte nel proprio partito negli anni 70, e poi più vicini nel tempo, l’attentato alle Torri Gemelle e la successiva stretta sui terroristi, compreso l’uso della torture nella prigione di Guantanamo e ad Abu Ghraib, peraltro negate o minimizzate. In una riflessione notevole sull’uso del potere, della forza e della violenza ma anche, più alla radice, su verità e rappresentazione (o menzogna). ,Il risultato è intrigante, per la profonda intelligenza e scaltrezza dell’uomo che Morris onestamente non cerca mai di dissimulare, lasciandogli spazi per le sue tesi e una ribalta che gli è stata anche rinfacciata (è lecito, sostengono quelli che preferiscono tifare prima di capire, dare al “perfido” Rumsfeld l’occasione di difendersi senza problemi e di mostrarsi persino simpatico?), dimenticando che in tante altre opere di inchiesta o anche solo narrative si lascia spazio senza problemi, e tutto sommato lecitamente, a terroristi e assassini. Ma The Unknown Known rimane impresso nella memoria perché, al netto dell’abilità dialettica e della scaltrezza, è sia il ritratto di un soldato leale che ha servito il suo Paese in circostanze che non sarebbero state facili per nessuno (e infatti nella palude di certi guerre, infatti, rischiano di sprofondare anche presidenti pacifisti come Kennedy o Obama), sia quello di un “generale” spregiudicato che ha portato i suoi uomini a morire forse senza pensarci troppo. Anche se l’unico momento in cui Rumsfeld depone la maschera del razionale e imperturbabile uomo di Stato (sempre pronto a giustificare ogni insuccesso, senza pentimenti, e perfino la violenza tirando in ballo la natura umana in un mix di realismo e cinismo) è quando rievoca, con commozione, la visita a un militare ferito. Rivelando lui la sua “umanità” e Morris l’onestà intellettuale di non far apparire a tutti i costi come “mostro” quello che si ritiene un avversario che ha diritto di spiegare le proprie tesi. Ottenendo il risultato di farle “brillare” nella loro crudezza. Il tutto con un qualità cinematografica eccezionale: immagini di repertorio, montaggio, musiche (del grande Danny Elfman), inquadrature, soluzioni creative (come le parole, decisive per Rumsfeld, che prendono corpo sullo schermo): ogni elemento è giocato per creare una tensione da thriller, e con un intervistato che tiene la scena come un grande attore (eccezionali le immagini del passato in cui emerge il suo rapporto con la stampa)… Un mattatore cui Morris (che ha dedicato il film al grande critico Roger Ebert scomparso pochi mesi prima) lascia la ribalta, discreto ma non assente, corretto ma non asettico e tanto meno servile. Ma decidendo di lasciare a noi la libertà di un giudizio senza condizionamenti e senza facili trucchi per mettere alla berlina il personaggio messo sotto i riflettori.,Antonio Autieri,