Con The Ugly Stepsister la regista norvegese Emilie Blichfeldt esordisce nel lungometraggio – dopo una serie di apprezzati corti – rielaborando una delle fiabe più iconiche della storia, Cenerentola. La Blichfeldt decide però di ribaltare la fiaba perfetta a cui siamo abituati, in favore di una versione horror e disturbante, ma forse più sincera.
La protagonista infatti non è più la bella e dolce Cenerentola ma Elvira, la sorellastra che tutti ricordiamo come brutta e cattiva. In un regno dove la bellezza è l’unica moneta di valore, Elvira vive sotto la costante pressione di una madre ossessionata dall’apparenza e dal prestigio sociale. Spinta dal desiderio di essere amata e riconosciuta, la ragazza intraprende un percorso di trasformazione fisica sempre più estremo, fatto di torture, rituali e pratiche di chirurgia estetica rudimentale e sadica. Il risultato è un body horror di precisione glaciale, dove la metamorfosi fisica diventa metafora di un’erosione interiore.
Le riscritture di Cenerentola non mancano, ma Blichfeldt trova una chiave sorprendentemente attuale, capace di fronteggiare temi forti utilizzando il genere del body horror come strumento di indagine sociale. La fiaba rassicurante che tutti conosciamo diviene terreno di una riflessione feroce sull’odierna pressione estetica, la competizione femminile, la necessità di essere desiderabili per esistere. La regista norvegese costruisce così una parabola sulla follia dell’adeguamento, dove la carne si piega e si lacera per conformarsi a un ideale impossibile. A emergere con forza è anche il ragionamento sulla condizione della donna, ancora oggi sottoposta allo sguardo giudicante maschile ma anche materno e soprattutto a quello sociale, e su quanto esso possa deformare l’identità. Elvira, da sorellastra cattiva, diventa lo specchio di tutte noi: fragile, invidiosa, umana. Lei che arriva a ingerire un uovo di tenia pur di dimagrire non è poi tanto diversa da chi oggi si inietta l’Ozempic per inseguire l’ideale di un corpo conforme.
Sul piano visivo, The Ugly Stepsister è una delizia malata: scenografie claustrofobiche, costumi eleganti e inquietanti, una fotografia che mescola il fascino ottocentesco al marciume del decadimento fisico. Ogni dettaglio contribuisce a creare un mondo sospeso tra fiaba e incubo. Straordinaria la prova di Lea Myren, magnetica e vulnerabile, che restituisce a Elvira tutta la sua complessità: vittima e carnefice insieme. Il suo corpo si trasforma davanti allo spettatore, non solo per gli interventi che subisce, ma per il modo in cui lo abita: contratto, tremante, ostinato.
Non mancano però i limiti: il ritmo narrativo procede con eccessiva regolarità, la tensione non raggiunge mai un vero culmine, e la struttura circolare tende a rendere prevedibile lo sviluppo. A volte si ha la sensazione che la regista preferisca la forma al rischio, rifugiandosi in un’eleganza che stempera la forza emotiva del racconto. Inoltre i personaggi secondari, come la madre o l’altra sorella, restano abbozzati, funzioni simboliche più che presenze vive.
Va però riconosciuto a Blichfeldt un raro senso della misura. Là dove molti horror indulgono nello shock o nello splatter gratuito, lei dosa sangue e violenza con precisione chirurgica, fondendo grazia e disgusto in un equilibrio raro. Qui la violenza diventa linguaggio, non spettacolo: un modo per raccontare l’orrore, non solo per mostrarlo.
The Ugly Stepsister è quindi un esordio ambizioso, visivamente magnetico e concettualmente provocatorio. Riesce a ribaltare la fiaba di Cenerentola trasformandola in un incubo sulla tirannia della bellezza e a porre interrogativi dolorosi. Certo è un film imperfetto, ma resta un esperimento affascinante: parla a chi fatica ancora a comprendere quanto la bellezza continui a dettare le regole del mondo, e anche a chi non si è mai riconosciuta in Cenerentola e ora, in Elvira, trova una figura più vicina, più reale, più propria.
Greta Moschen
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