Truman Burbank ha una bella moglie, un buon lavoro, abita in un quartiere tranquillo ed è circondato da persone che gli manifestano di continuo affetto e simpatia. In apparenza, la sua è una vita esemplare. “Apparenza” è la parola chiave: perché il mondo perfetto in cui si muove Truman è in realtà uno studio televisivo, il più grande esistente, una cittadina creata appositamente per ospitare un reality show. Protagonista del reality è proprio Truman, perennemente ripreso dalle telecamere da prima che uscisse dal ventre materno, ovvero da quando, frutto di una gravidanza indesiderata, è diventato il primo bambino al mondo adottato da un network televisivo. L’aspetto più incredibile dello show è che Truman è sempre stato e continua a essere all’oscuro di ogni cosa. Tutti gli abitanti della città di Seaheaven, compresi quelli che Truman crede suoi parenti e amici da trent’anni, sono attori che interpretano una parte, gli eventi atmosferici sono effetti speciali, le radio e le televisioni trasmettono programmi fittizi… Truman non lo sa, ma niente attorno a lui avviene per caso, tutto è calcolato in base alla previsione delle sue azioni. Addirittura, l’autore dello show (sorta di demiurgo/demonio, interpretato da un gelido Ed Harris) ha fatto in modo che Truman subisse un trauma da piccolo, per impedirgli di uscire dalla città. Ma è possibile conoscere e controllare i confini del cuore di un uomo?,A solo un anno di distanza da Gattaca, lo sceneggiatore Andrew Niccol torna a raccontare di una ricerca affannosa della verità/libertà all’interno di una realtà artificiosa, stavolta a partire da un contesto non poi così inimmaginabile: uscito nel 1998, The Truman Show anticipò di un anno la nascita del Grande Fratello, uno dei primi reality, nonché il più popolare. A fine anni Novanta The Truman Show era dunque decisamente attuale, anzi, precursore dei tempi; riuscì anche a battere sul tempo un film di Ron Howard dalla trama analoga, lo sfortunato Edtv (1999). Oggi i reality in televisione sono in declino, ma il personaggio di Truman Burbank resta paradigmatico di un’esigenza umana che va al di là della situazione contingente, ovvero la libertà di scegliere la vita nella sua verità, con tutte le incertezze e le sofferenze imprevedibili che porta con sé.,Il regista Peter Weir, anch’egli non estraneo a storie di lotta per la libertà e la difesa dell’identità personale (L’attimo fuggente, The Way Back), ci spinge (spesso in maniera impercettibile) a seguire le vicende di Truman non dall’interno, ma dall’esterno, come a farci identificare con il voyeurismo degli spettatori dello show. Segno della lungimiranza del regista è inoltre la scelta di Jim Carrey per il ruolo principale: un attore all’epoca conosciutissimo come brillante imitatore e comico dalla “faccia di gomma”; una “maschera” come Truman, un personaggio dietro al quale nessuno vede la persona.,Maria Triberti,