Giovane idealista con il sogno di occuparsi di politica estera, Daniel J. Jones (Adam Driver) è un collaboratore della senatrice Dianne Feinstein (Annette Bening) che gli affida un’indagine sul Programma di Detenzione e Interrogatorio creato della CIA dopo gli attentati dell’11 settembre. Siamo negli anni del governo di George W. Bush, delle rappresaglie contro Al Qaeda e gli Stati che danno protezione ai terroristi, e l’amministrazione Usa sembra concedere mani libere a esercito e servizi segreti; in particolare, permettendo l’utilizzo di brutali, orribili e inefficaci tecniche di interrogatorio. Jones trova ostacoli e reticenze nelle sue indagini, ma un po’ alla volta – tra documenti e informatori – mette insieme un “report” esplosivo, che documenta le operazioni illegali della CIA a base di torture e brutalità, ma anche la sparizione delle prove; il tutto configurandosi, oltre tutto, come una manipolazione dell’opinione pubblica americana.

Il genere del thriller politico è tornato in auge negli ultimi, da Zero Dark Thirty diretto da Kathryn Bigelow nel 2012 a The Post di Steven Spielberg; e alcuni altri titol, sempre tratti oltre tutto da storie vere. Ora si aggiunge il secondo film da regista di Scott Z.Burns dopo l’esordio avvenuto nel 2006 con Plutonio 239 – Pericolo invisibile, ma più noto come produttore (per esempio degli ultimi film di Steven Soderbergh). The Report – nei cinema tre giorni, dal 18 al 20 novembre 2019, prima di uscire dopo dieci giorni su Amazon Prime Video – si inserisce nel filone post 11 settembre raccontando l’emergere dello scandalo delle torture utilizzate per estorcere confessioni ai terroristi e a semplici sospetti. Adam Driver è bravo nel rappresentare Jones, uomo apparentemente insicuro ma deciso e testardo, che fiuta sospetti e accumula prove. Tante, tantissime: alla fine saranno milioni di pagine, sui fatti di Abu Ghraib, Guantanamo e così via.

Il film dirà molto a chi non si è particolarmente informato sui fatti di quegli anni; chi già ne sa, tra letture e film sul tema, si troverà di fronte un film con uno stile molto classico, tanto professionale quanto meno appassionante – per scelta precisa, a monte – di quanto il tema faceva presupporre. Certo, in vari momenti si barcolla nel vedere violazioni che sono contro la legge americana, e anche contro la storia, come afferma la senatrice in un discorso ufficiale (per George Washington, i divieti contro la tortura erano l’essenza dell’identità del Paese). E il cast vede bei nomi del cinema hollywoodiano (Annette Bening su tutti,  ma anche Jon Hamm, Maura Tierney, Michael C. Hall, Ted Levine, Jennifer Morrison, Tim Blake Nelson, Linda Powell, Matthew Rhys, T. Ryder Smith, Corey Stoll…), ma nessuno va oltre uno standard di pura professionalità. Spiace soprattutto per Driver, attore sempre più bravo e che qui recita con passione, che riesce a cesellare un personaggio di uomo coraggioso, alieno da compromessi e al servizio del Paese. Ma all’interno di un film che difficilmente sarà ricordato, anche se ha la sua utilità nel ricordare quanto è successo e come il coraggio di eroi loro malgrado possa cambiare il corso degli eventi.

Antonio Autieri