Horror assai convenzionale a cui non basta una buona confezione e buoni attori per colpire emotivamente lo spettatore. Diretto dal danese Ole Bornedal e scritto dalla coppia formata da Juliet Snowden e Stiles White che avevano firmato i mediocri Boogeyman e Segnali dal futuro , il film vanta però una confezione più che dignitosa, probabilmente grazie allo zampino di Sam Raimi, maestro dell'horror moderno e qui nelle vesti di produttore. Scenari accurati, effetti speciali di livello: non è male la resa visiva della possessione diabolica. Anche il cast è di livello e inconsueto per un film di genere. Jeffrey Dean Morgan è il protagonista Clyde, coach perdente più che sul campo nella vita essendo stato rimpiazzato nel cuore della bella Stephanie (Kyra Sedgwick) da un bellimbusto senza spessore. Dovrà cavarsela da solo e recuperare un rapporto divenuto difficile con le due figlie adolescenti, Em e Hannah (le brave Natasha Calls e Madison Davenport). Quando però, dopo un trasloco, Em si trova tra le mani una strana scatola e comincia a provare un'insana ossessione per questa, Clyde comincia a preoccuparsi: la figlia comincia a manifestare segnali di malessere e di disagio. Storia vista e stravista almeno dai fan del cinema di paura: il trasloco, un oggetto stregato, la casa che diventa una casa maledetta. I sintomi e la deflagrazione della possessione diabolica: Bornedal non dimostra grande verve visiva e non aiutato da una sceneggiatura che pare remixare tante suggestioni di horror classici (L'esorcista, La casa) e moderni (The Box, Drag Me To Hell). Le uniche invenzioni, per così dire, di sceneggiatura sono anche le cose più kitsch: l'esorcismo ebraico e soprattutto, inverosimiglianza delle inverosimiglianze, il ricorso alla TAC per cercare di capire quale creatura possa abitare il corpo della sventurata. Mah. Raimi, che quando ci si mette, riesce ancora a realizzare horror di grande effetto e di grande intelligenza come Drag me to Hell, sovrintende solo tecnicamente una vicenda che offre davvero poco in termini di emozioni pure e nulla o quasi da un punto di vista visivo. Il repertorio del già visto è ampio: l'esorcismo, pure nella sua variante ebraica, sembra preso proprio da Drag Me To Hell mentre i sintomi della possessione non brillano per originalità: rumori inquietanti, schizofrenia, mutazioni. Tutto già visto, per quanto ben confezionato, fatta eccezione per una bella scena allo specchio e un paio di colpi di scena ben assestati. Il resto è tutt'altro che memorabile, soprattutto il personaggio di Clyde a cui presta il volto il solido Jeffrey Dean Morgan che, mal disegnato da una sceneggiatura particolarmente priva di inventiva, non riesce a strappare il suo personaggio dal cliché: il perdente nella vita, nel lavoro e negli affetti che lotta eroicamente per strappare il male dal cuore della figlia.,Simone Fortunato