Passato fuori concorso all’ultima Mostra di Venezia The Penitent di Luca Barbareschi (che è regista, interprete e produttore) è tratto da una recente pièce teatrale di David Mamet, suo amico di lunga data, e che ha portato in passato anche sul palco.

Il titolo fa riferimento al suo protagonista: un noto psichiatra ebreo newyorkese, Charles Hirsch, la cui carriera e vita privata vengono sconvolte quando un suo paziente uccide 8 persone in una sparatoria dentro un college e lui si rifiuta di testimoniare per la difesa e di consegnare i files della terapia. Ben presto l’opinione pubblica lo trasforma in capro espiatorio, accusandolo di pregiudizio nei confronti del proprio paziente perché gay e mettendo in discussione anche le sue convinzioni religiose. Gruppi di benintenzionati contestatori si mettono ad agitare cartelli davanti a casa sua e anche la vita della sua famiglia viene sconvolta.

La storia è ispirata a un caso reale. The Penitent, a parte qualche piccola uscita per strada, mantiene la struttura teatrale e si presenta come una serie di quadri dialogati tra il protagonista, sua moglie (Catherine McCormack) , il suo avvocato e un rappresentante della procura, in cui le azioni e le motivazioni del protagonista, il comportamento della stampa e dell’opinione pubblica vengono ripetutamente sviscerate, con un effetto di ripetizione che alla lunga, piuttosto che rivelatorio, diventa pesante e quasi retorico.

Ce n’è per tutti: per il politically correct che ha ucciso la libertà di pensiero, per i media che sono sempre alla ricerca di qualcosa che faccia girare l’algoritmo, per l’opinione pubblica che cerca ogni giorno un nuovo mostro da lapidare. Le domande si susseguono: Charles aveva davvero un pregiudizio nei confronti del suo paziente a causa della sua omosessualità? E questo pregiudizio è legato al suo recente ritorno all’ebraismo? Cosa significa davvero la libertà religiosa? Quanto abbiamo il diritto di far pesare su altri le conseguenze delle nostre scelte morali?

Il finale però, con un ultimo colpo di scena, ribalta le carte, ma non nella maniera migliore, e lo spettatore esce un po’ estenuato: forse perché questa volta il passaggio dal palco allo schermo non è riuscito. Ma forse anche perché, diversamente che in altre opere più riuscite di Mamet (pensiamo allo splendido The Winslow Boy), l’ansia della battaglia anti-ideologica prevale sulla drammaturgia vera e propria, e in tutti questi battibecchi si fatica ad attaccarsi davvero ai personaggi

Elisa Benetti

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