In un’isoletta sperduta in mezzo al mare il guardiano Thomas ed Ephraim, suo giovane assistente, sono responsabili del funzionamento e manutenzione di un faro. Passeranno insieme quattro settimane, durante le quali il loro rapporto si farà sempre più difficile, la convivenza e il lavoro quasi impossibili, finché alcuni strani eventi renderanno Ephraim incapace di distinguere tra realtà e immaginazione.
Dopo il folgorante esordio di The Witch, Robert Eggers torna con un altro horror sui generis, che come il precedente sfugge a classificazioni semplicistiche per puntare dritto ai meandri di una psiche umana tormentata e incapace di comprendere la realtà. Se l’opera prima di questo talentuoso regista pescava direttamente dall’immaginario religioso del New England del ‘600, esplicitandone la potenza simbolica a ogni fotogramma, con The Lighthouse ci si sposta decisamente sul piano della mitologia e delle leggende marinare, nutrite a forza di citazioni coltissime da Coleridge, Jung, Stevenson e Poe.

L’occasione letteraria che sta all’origine del film è infatti il racconto omonimo di Edgar Allan Poe, lasciato incompiuto e adattato con grande maestria dalla penna di Max Eggers, fratello del regista e co-autore della sceneggiatura. Atmosfere cupissime, un bianco e nero allucinato e un aspect ratio ristretto (la proporzione video è quella di un quadrato) ci danno la misura della claustrofobia vissuta dai due protagonisti all’interno della struttura, costruita come una sorta di casa stregata, sviluppata in verticale e dotata quasi di vita propria, in cima alla quale risiede quello spazio inaccessibile che è la luce del faro stesso: l’anziano guardiano Thomas è infatti l’unico autorizzato ad accedervi, mentre al giovane e inesperto Ephraim toccheranno i lavori più spiacevoli, dalla pulizia degli alloggi alla cura delle cisterne.

Alla netta suddivisione dei ruoli corrisponde dunque un’altrettanto dura separazione degli spazi, dei tempi della giornata, persino delle attitudini al lavoro dei due uomini, che non condividendo nient’altro oltre al cibo appaiono sin da subito come l’incarnazione di due umanità opposte e inconciliabili: sobrio e rispettoso del regolamento il giovane, sguaiato e volgare il vecchio, ex marinaio bugiardo e attaccabrighe che guiderà il protagonista (e lo spettatore con lui) verso una spirale di follia allucinatoria senza via d’uscita.

Alla stratificazione degli spazi corrisponde dunque un pari livello di complessità narrativa, temporale, persino sonora e linguistica, che rendono The Lighthouse un’opera passibile di un numero infinito di interpretazioni: se infatti l’opposizione tra i due domina sin dalla prima scena, man mano che la storia avanza ci vengono proposte soluzioni narrative che portano inevitabilmente a una sorta di fusione metamorfica dei due caratteri. Il caos della psiche e le colpe dei singoli iniziano a emergere, la ligia obbedienza ai doveri da assistente non può più separarsi dalle abiezioni del guardiano. Esattamente come coscienza e inconscio i due sono inscindibili, fondamentale è riconoscerlo, pericoloso avventurarsi troppo a fondo nella loro esplorazione: sequenze apparentemente scollegate ritrovano così un loro significato metaforico; il tempo e lo spazio, prima ossessivamente definiti, si sfuocano; persino il linguaggio, fin qui dotato di maestose sonorità da ballata medievale inglese, si mescola con le espressioni più triviali.

Dentro questo folle giro all’inferno da manuale è la cura dedicata alla fotografia di Jarin Blaschke (nomination all’Oscar), valorizzata da un bianco e nero espressivo come pochi e impreziosita da inquadrature inusuali, spesso focalizzate su volti e espressioni degli ottimi Robert Pattinson (Ephraim) e Willem Dafoe (Thomas). Sul punto di arrivo di questa specie di sabba infernale si potrebbe discutere all’infinito: come in The Witch, non sono tanto i messaggi da assimilare o le parabole narrative ad avere rilievo, quanto l’esperienza visiva – cruda e spesso irritante – di un male tangibile, capace di attanagliare colui che si spinge troppo in là e senza protezioni nell’oscurità del proprio animo.

Letizia Cilea