Tarzan è uno di qui miti che potevano tranquillamente invecchiare nel dimenticatoio: l’uomo bianco nell’Africa nera, gli animali domati dal suo carisma, “Io Tarzan, tu Jane”, l’urlo di Johnny Weissmuller. Tutte cose che potevano andar bene quando l’Africa era ancora soggiogata dal colonialismo o i film di Hollywood potevano tranquillamente sfoderare il paternalismo razzista del “sì badrone”. Ma il fascino dell’uomo allevato dalle scimmie che salta da una liana all’altra è ancora troppo forte per non tentare un adattamento rispettoso dei moderni dettami della political correctness.

Così il film non inizia cronologicamente, col bambino preso e allevato da una madre gorilla, ma con l’austero palazzo inglese di John Clayton III, signore di Greystoke (Alexander Skarsgård), che ha lasciato ormai il Congo per tornare nella casa avita e raccogliere l’eredità dei suoi scomparsi genitori insieme alla moglie Jane Potter (Margot Robbie). Non viene chiamato più Tarzan, ma Sir. E quando un’ambasciata arriva a John Clayton da parte di Leopoldo Re del Belgio, che lo invita a visitare il Congo, per mostrargli quanto di buono ha fatto in Africa, è ovvio che il Re si rivolga al Lord inglese ma è Tarzan che vuole, perché faccia da testimonial e procuri buona stampa ai suoi sforzi colonialisti. A questo punto fa la sua comparsa anche un inviato americano, George Washington Williams (Samuel L. Jackson), che vuole aggregarsi per indagare sulle voci che dicono che il Re stia riducendo in schiavitù tutte le tribù del grande paese africano, accecato dal desiderio di trovare i diamanti di cui la nazione è ricca. A questi protagonisti si aggiunge Mbonga (Djimon Hounsou), un capotribù che attende il ritorno di Tarzan per avere la sua vendetta personale.

Tutte queste vicende servirebbero a contestualizzare meglio la figura di Tarzan, bianco ma attento al bene dei popoli d’Africa, dove è cresciuto, e rispettoso nei confronti degli animali, specie delle scimmie da cui è stato allevato dopo la morte dei genitori. Il fatto è che tutte queste belle intenzioni appesantiscono la vicenda a scapito del fascino del rapporto tra Tarzan, la jungla e i suoi abitanti. Figure stereotipate come il super cattivo Léon Rom che usa un rosario come arma letale (Christoph Waltz, che sembra aver appena dismesso la divisa nazista di Bastardi senza gloria) o lo stesso Jackson (un po’ Pulp Fiction, un po’ The Hateful Eight) hanno uno spazio eccessivo, riducendo gli africani a mere comparse sullo sfondo, ma anche costringendo Tarzan a tutt’altre tattiche rispetto a quelle che ci si aspetterebbe: i voli con le liane e gli assalti con gli animali, scene che vengono inspiegabilmente ridotte al minimo indispensabile. Così, a dispetto della bravura degli attori, le promesse di questo adattamento vengono soffocate dagli effetti speciali. E della magia del signore della giungla, a noi che ancora amiamo Johnny Weissmuller, rimane ben poco.

Beppe Musicco