Dei film usciti negli ultimi anni sulla guerra al terrorismo, questo, di Peter Berg (ma prodotto da Michael Mann, di cui si riconosce lo stile e la prospettiva), sceneggiato dallo stesso autore di Leoni per agnelli e State of Play, è l’unico che ha ottenuto un certo successo presso il pubblico, che invece in generale ha risposto ben poco alle molte e più o meno convincenti o ideologizzate pellicole sull’argomento. In questo caso i protagonisti, un gruppo di iperspecializzati agenti FBI (siamo dalle parti del team di CSI ma con competenze applicate alle bombe e alla guerra) viene inviato, con una procedura totalmente fuori dai normali protocolli, ad indagare su un terribile attentato che ha colpito una di quelle enclave in cui gli occidentali che lavorano in Arabia Saudita conducono praticamente tutta la loro vita (una realtà che, per quanto possa apparire incredibile allo spettatore, è reale per chi vada a lavorare – anche non nell’industria bellica – in paesi islamici). Un luogo per certi versi surreale, una zona franca dove si riproduce l’american way of life all’interno di un mondo che per molti versi ne è l’esatto opposto, ma che è separato da esso solo da un (fragile come si vedrà) muro.

Con i modi e i limiti del cinema d’azione – ma di un’azione davvero ben fatta – The Kingdom (il titolo si riferisce, naturalmente, al regno saudita, che con l’America ha un rapporto economico e politico strettissimo seppur molto ambiguo come hanno evidenziato anche le recenti rivelazioni di Wikileaks) affronta temi oggi assolutamente rilevanti: i limiti e le conseguenze dell’uso della violenza nella lotta contro il terrorismo, e lo scontro e il possibile incontro tra uomini e donne di culture diverse, forse l’unica vera, seppur fragilissima speranza di arrivare alla pace. Nel gruppo di americani sono presenti (sarà stata una scelta cosciente degli autori?) almeno due rappresentanti di categorie a rischio: una donna, che, pur essendo una tostissima guerriera, deve sottostare alle restrizioni di vestiario imposte al suo sesso quando esce dai rigidi confini imposti al gruppo; e un ebreo, che proprio per questa sua origine correrà un terribile rischio. La linea più interessante del racconto, comunque, è quella dell’amicizia che si sviluppa tra l’agente in comando Fleury e il poliziotto arabo che affianca come guida (o come controllore) gli americani. Un rapporto non facile tra l’americano, che vede in parte la missione come una specie di vendetta per un amico ucciso, e che dovrà ricredersi almeno in parte su un mondo che il pregiudizio gli ha fatto vedere troppo uniforme, e l’arabo, che imparerà ad apprezzare i suoi compagni di avventura fino a mettere in gioco la sua vita per loro.

The Kingdom dunque si gioca bene le sue carte con una trama avvincente e piena di colpi di scena e con un tratteggio dei caratteri essenziale ma efficace. Anche se alla fine resta il dubbio che la sostanziale condanna della violenza e della vendetta infinita che genera solo altri morti, che arriva attraverso una serie di azioni spettacolari e granguignolesche, rischi di contraddire la stessa “morale” del film.

Laura Cotta Ramosino