Forse solo un attore poliedrico e geniale come Benedict Cumberbacht (memorabile Sherlock Holmes televisivo, già protagonista di biopic dedicati a Stephen Hawking e Vincent Van Gogh e ora lanciatissimo anche con i cinecomic Marvel come futuro Dottor Strange) poteva incarnare una figura complessa, geniale e misteriosa come il genio matematico Alan Turing. Eroe di guerra, a capo del gruppo di decifratori della macchina Enigma, ideatore del prototipo del moderno computer e dell’intelligenza artificiale, ma anche omosessuale problematico vittima della legislazione britannica in materia di atti osceni, Turing, come recita la frase di lancio italiana (“l’enigma di un genio”), resta a sua volta un enigma, che l’interessante film di Morten Tyldum riesce solo in parte a decifrare. L’ottima performance di Cumberbatch (che non esce indenne dal doppiaggio italiano), capace di immergersi nei tic e nelle manie di questo genio incompreso, lascia intuire che le preferenze sessuali all’epoca problematiche fossero solo la punta dell’iceberg di una personalità che qui sembra rasentare la sindrome di Asperger. Il film utilizza una struttura a cornice (ambientata negli anni Cinquanta, epoca dell’arresto e della condanna di Turing) con flashback ambientati prevalentemente negli anni della guerra ma anche durante l’adolescenza solitaria del protagonista. ,La parte di gran lunga più coinvolgente della pellicola è senza dubbio quella più prettamente “spionistica”, dedicata a quella lotta contro il tempo per salvare vite umane che fu la decrittazione di Enigma. La decodifica di Enigma, in realtà, apre scenari e dilemmi morali ancora più complessi: la scoperta deve rimanere segreta perché i tedeschi non se ne accorgano, sacrificando così vite umane in modo da salvarne altre, in un calcolo statistico sanguinoso e terribile. Ma la pellicola finisce per sviluppare solo a metà questo punto così drammatico.,Nell’impresa Turing si deve misurare con personalità diversissime da lui: militari rigidi e scettici di fronte alle sue intuizioni, ambigui rappresentanti dei servizi segreti; ma anche Hugh Alexander, matematico di talento e affascinante leader del gruppo, e Joan Clarke (Keyra Knightley, con meno faccette e mossette del solito), unica donna e in quanto tale outsider quanto lui. Attraverso l’amicizia con Joan, il legame più autentico e profondo che Alan sembra in grado di instaurare, Turing impara la capacità di collaborare per raggiungere lo scopo, ma viene anche guidato attraverso le difficoltà dei rapporti umani. Anche alcuni passaggi drammatici della vicenda, del resto, finiscono per rimanere senza conseguenze, come quando Alan lascia Joan, che pure era disposta a sposarlo per proteggerlo dalle conseguenze delle sue preferenze sessuali.,Purtroppo gli altri protagonisti della storia, a parte Joan sono, salvo rari casi, figure più funzionali che realmente approfondite, salvate soprattutto da attori carismatici e tutti in forma (Matthew Good, Mark Strong e Charles Dance su tutti) che danno il meglio nelle tre o quattro scene di gruppo più memorabili. Per certi versi si ha l’impressione che la pellicola resti prigioniera del tentativo di inserirsi a tutti i costi nel filone decisamente mainstream dell’epopea omosessuale (nel finale si ricordano le migliaia di omosessuali perseguitati dalla legge britannica tra la fine dell’Ottocento e la seconda metà del Novecento), perdendo poi di vista la straordinaria complessità della figura che ha di fronte. Di certo l’omosessualità di Turing è una chiave importante (ma non l’unica) della sua vicenda, soprattutto in un’epoca in cui in Inghilterra questo poteva implicare una condanna alla prigione, cui Turing sfuggì solo accettando la castrazione chimica, finendo poi per suicidarsi un anno dopo. Tuttavia, di fronte a certe scelte narrative che finiscono per mortificare alcuni dei dilemmi morali più potenti della vicenda, rimane il sospetto che siano più figlie di una preoccupazione ideologica che davvero al servizio del suo protagonista., ,Laura Cotta Ramosino