Il primo appuntamento è goffo e un po’ strano: quell’uomo, alla dolce e sensibile Deborah, fa anche un po’ paura. Lei intuisce del disagio in questo Richard Kuklinski, di origini polacche e passato oscuro, ma la sua corte serrata fa breccia. Poco dopo, nello stesso bar, giocando a biliardo Richard subisce male battutacce sulla fidanzata: chi ha osato tanto, poco dopo farà una brutta fine… Inizia in modo programmaticamente chiaro The Iceman di Ariel Vromen, regista israeliano che si è fatto notare negli Usa con questo thriller crepuscolare ispirato alle vere “gesta” di un uomo accusato di oltre cento omicidi. Richard non dice fin da subito la verità alla donna che ama e che sposa, con cui tirerà su due figlie: quando si presenta al primo incontro, le dice che di mestiere lavora in un laboratorio dove si duplicano cartoni animati della Disney, quando invece si tratta di film porno. Ben altri segreti le nasconderà per lunghi anni, quando colpisce l’attenzione di un gangster che lo assolda per svolgere lavori sporchi, tra cui parecchi omicidi (e il primo, a un povero barbone, solo come “esame” per vedere di che pasta è fatto). Sul lavoro è serio e affidabile, e non mancano le soddisfazioni economiche: una bella casa, l’educazione delle figlie nella scuola cattolica, gioielli per la moglie… Sinceramente legato alla famiglia, che vede come il suo rifugio dal male, Richard continua con la sua doppia vita. Ma a un certo punto i nodi verranno al pettine.,Vromen allestisce un buon gangster movie, che si solleva dai limiti del genere grazie a una descrizione credibile di ambienti, storie, persone. Se il passaggio della storia, dagli anni 60 agli anni 70 ha i giusti colori e dettagli, il meglio lo fanno la raffigurazione dei personaggi, grazie anche a un cast di livello. Il grande Michael Shannon, abbonato a ruoli di “disturbato”, è perfetto nella parte di un uomo gelido quando deve uccidere (prima su commissione, poi per provare a tirarsi fuori dai guai quando teme di perdere quanto ha costruito) e amorevole marito e padre; per quanto, in questa seconda veste, non manchino segnali e avvisaglie che la moglie non riesce a interpretare. Nel ruolo della consorte, si rivede Winona Ryder che riesce a dare la giusta tonalità a una donna ingenua e che si accontenta di sapere quel che le basta, senza farsi troppe domande e accettando quel che le viene detto. Mentre Ray Liotta, soprappeso e certo all’interno di un clichè, è comunque credibile nel ruolo di capo della gang che perde il controllo vittima delle sue paranoie. E attorno a loro, tante figure minore ma ben disegnate, dal gregario infedele a killer senza scrupoli perfino di fronte a ragazzine inermi (e c’è anche James Franco, in un cameo che è anche una delle scene più inquietanti, con il protagonista che lo sfida a pregare Dio perché lo salvi dalla morte imminente). Un buon film, che punta su ritmo serrato e atmosfere malsane per far parlare le azioni, e attraverso di esse i personaggi. Risultando più che convincente, pur nei limiti di ambizioni e budget contenuti., ,Antonio Autieri,