The Green Inferno (id.)
Usa 2013 – 100′
Genere: Horror
Regia di: Eli Roth
Cast principale: Lorenza Izzo, Ariel Levy, Aaron Burns, Ignacia Allamand
Tematiche: cannibali, politica, attivismo
Target: adulti (scene disturbanti)

Un gruppo di attivisti si ritrova bloccato in Amazzonia, preda di cannibali.

Recensione

Horroraccio molto forte e diretto, scritto e girato da Eli Roth, quello di Cabin Fever e Hostel, sodale di Tarantino di cui è stato attore e collaboratore per alcuni film. L’idea – una sorta di operazione nostalgia in pieno gusto tarantiniano tra gusto cinefilo e attrazione per il trash – è quella di rispolverare la stagione dei Cannibal movies, horror cruenti girati per lo più negli anni 80, anche da autori italiani e ambientati in scenari esotici, prevalentemente Sud-est asiatico e Sudamerica. Roba forte, venduta spesso bene con operazioni di marketing che gridavano al sensazionalismo e alla presunta verità di certe sequenze sanguinolente. Roba, insomma, alla Cannibal Ferox di Lenzi o, il più famoso di tutti, Cannibal Holocaust di Deodato. Lo schema era semplice: lunghe sequenze in esterni esotici, camera mano e in genere uno stile di ripresa verista, accompagnati da un messaggio sociologico e politico. In sintesi: occidentali catapultati con le migliori intenzioni ai confini del mondo dove faranno una brutta fine.
Roth replica senza troppa fantasia lo schema classico: ci mette però 48 minuti a far finire il gruppo degli ambientalisti protagonisti nel cuore dell’Amazzonia. Un po’ troppo per le attese di un pubblico che, almeno in Italia dove il divieto è per i minori di anni 18, si aspetta parecchio in termini di scene cruente e scorticamenti vari. Roth spacca il suo film in due: la prima parte – girata in economia e con un cast che recita come in un softcore – è debolissima. Nella seconda mantiene in parte ciò che promette: uno squartamento lungo e sanguinolento dà il via a una prevedibile catena di efferatezze nel complesso molto meno scioccante del film di Deodato. Le cause sono diverse: Deodato & Co., pur ricalcando i passi dei Mondo movies degli anni 60 e 70, non inventavano nulla di nuovo ma giocavano bene le proprie carte sul tavolo della finzione e della realtà. E, a distanza di anni, fanno ancora la loro porca figura. Roth invece arriva in un’epoca in cui la nefandezza è alla portata di tutti e il cinema è, di fatto, solo un amplificatore di immagini forti. Paga in questo senso e paga anche una povertà di idee che non riesce a bilanciare una pochezza di mezzi: la sequenza dell’incidente, per dire, è tanto confusa quanto inefficace ma anche tanti momenti “forti” nella seconda parte, con la scusa del mockumentary e della camera a mano, perdono tanto in termini di impatto scenico.

Simone Fortunato