Dopo schiere di eroine più o meno “dure” (dalla Katniss di Hunger Games alla Tris di Divergent, passando per altre dimenticabili epigoni) finalmente anche gli adolescenti di sesso maschile trovano un portabandiera, uno young adult che con la sua vicenda di crescita e maturazione in un universo distopico possa trasfigurare i turbamenti del passaggio all’età adulta. Il mondo di Jonas è quello di Comunità perfettamente organizzate e gestite dagli Anziani, formate non da famiglie, ma da Unità familiari, i cui membri sono messi insieme con criteri destinati ad abolire differenze e conflitti. Lo stesso fine che hanno le quotidiane iniezioni di inibitori di pulsioni e memorie destinati a mantenere l’ordine e “salvare” questo resto di umanità (si allude ad altre Comunità, ma quella che vediamo è una sorta di isola sospesa in un mare di nuvole al di sopra di un pianeta ostile e deserto) dal dolore, dalla guerra e da tutto ciò che le passioni hanno scatenato nell’animo umano nel passato. Unica traccia del quale è il Custode della Memoria, un individuo che ha l’onore e l’onere di non essere “sedato” e di custodire i ricordi del passato per fare da consigliere a chi ha scelto di tirarsi fuori artificialmente dal pericoloso gioco della libertà…

Naturalmente le cose sono più complicate e la menzogna di un mondo privato artificialmente di violenza e conflitto nasconde la realtà di eutanasia e omicidio “di Stato” (nei confronti dei vecchi e dei bambini non trovati adeguati). Più semplicemente, però, come scoprirà Jonas, acquisendo man mano il ricordo e l’esperienza delle emozioni (e con essi la possibilità di vedere un mondo a colori grazie a una bella trovata degli autori dell’adattamento, un po’ sulla scia di Pleasantville, film di fine anni 90), il punto è che la soluzione adottata per ottenere un mondo perfetto, di fatto priva l’uomo di quello che lo rende tale. Tra gli impulsi perduti, infatti, ci sono anche quelli che permettono di gustare il bello, ma soprattutto l’amore, il legame profondo tra le persone che vada oltre le formali cortesie di cui i membri della Comunità sono maestri.

Come nel romanzo originario, il funzionamento del mondo di Jonas obbliga a una costante sospensione dell’incredulità (nonostante le premesse, le “regole” di questo universo non sono certo chiare e coerenti come quelle di tanti altri fantasy), ma ha d’altra parte il pregio di offrire una parabola molto chiara al lettore/spettatore più giovane a cui è primariamente destinato. Non a caso il romanzo di Lois Lowry da cui è tratto è entrato fin dalla sua uscita (nel 1993) nelle più diffuse liste di letture scolastiche americane. E il messaggio è quello che il precedente donatore (il Giver del titolo, interpretato da Jeff Bridges, perfetto in questi ruoli dolenti e ieratici, così come Meryl Streep lo è in quello dell’Anziana senza emozioni o pietà) comunica un po’ alla volta a Jonas (temendo di sconvolgerlo soprattutto con le memorie di dolore e crudeltà, con lo scandalo del male, in pratica). Lo scopo, però, non è quello di perpetuare una catena di accettazione, quanto di riuscire finalmente di nuovo a far spazio alla speranza, al coraggio, alla fede e all’amore, tutto quello per cui vale la pena soffrire e combattere, accettando la sfida della libertà. Un messaggio che è un insolito mix di valori conservatori (la diffidenza per un governo centrale fin troppo controllore) e liberali (“non fidarti di quello che dice qualcuno solo perché lo rispetti” dice il Donatore) che si rivela estremamente coinvolgente per un pubblico giovane anche grazie all’efficacia del giovane Brenton Thwaites nel ruolo del protagonista. Un racconto tutto sommato semplice, senza grandi colpi di scena, con un inizio piuttosto lento e un finale in action che tuttavia non fa mancare le ricadute emotive, che si risolve in una pellicola nel complesso efficace e positiva per il pubblico a cui è destinata.

Luisa Cotta Ramosino