Recensione

Quello che accade nel 1996 con l’uscita del romanzo Infinite Jest (un’acuta analisi della società americana, del suo rapporto coi media e di molte altre cose, in ogni modo un malloppone di quasi mille pagine: non certo letteratura da metropolitana) ha dell’incredibile anche nel mondo della letteratura. Il suo autore David Foster Wallace (che aveva già pubblicato, appena venticinquenne, un altro romanzo, La scopa del sistema, e poi varie serie di racconti) divenne nel giro di pochissimo una celebrità ben al di fuori del ristretto mondo letterario.
Un altro giovane romanziere, David Lipsky, prestato al giornalismo causa successo assai più modesto, viene inviato dalla rivista Rolling Stone a seguire Foster Wallace negli ultimi giorni del suo tour promozionale e ad intervistarlo. Per David si tratta insieme di una straordinaria opportunità di entrare a contatto con il genio (qualunque cosa esso significhi davvero essere), ma anche una specie di tortura, visto l’inevitabile confronto la propria più modesta carriera. Eppure, a dispetto di pregiudizi, incertezze e passi falsi, in quei pochi giorni tra i due scrittori si intreccia una dialogo letterario ed esistenziale profondo e inaspettatamente sincero, che fa emergere le debolezze e le fragilità di entrambi e che lascerà un segno profondo nel giovane intervistatore. Dodici anni dopo, dopo la morte di Foster Wallace, Lipsky ricorderà i giorni trascorsi insieme come una delle conversazioni più belle e profonde della sua vita.
La storia di un incontro tra scrittori (con tutti i loro tic, le manie, le insicurezze e le invidie, specie da parte di chi deve accontentarsi di testimoniare un successo che a lui ancora sfugge) si trasforma nel film diretto da James Ponsoldt in un inaspettato sfiorarsi di umanità che non rifugge il tema scomodo del male di vivere (Foster Wallace aveva già sofferto di depressione e morirà suicida) che nasce da una disperata serietà rispetto al senso (o alla mancanza di senso) della vita. Una serietà che emerge a dispetto o paradossalmente proprio attraverso un umorismo venato di timidezza e mai cinico che riconoscerà chiunque abbia potuto anche solo sfiorare il Foster Wallace scrittore, oltre che nel monumentale capolavoro anche nei suoi numerosi racconti e reportage. Basti pensare a quel piccolo gioiello che è Una cosa divertente che non farò mai più: indimenticabile mix di umorismo, critica sociale ed esistenzialismo che trasforma i viaggi in crociera nel simbolo dell’inquietudine contemporanea del vivere.
Trasandato, con l’eterna bandana in testa, Foster Wallace (interpretato dal sorprendente Jason Segel, in genere impegnato come comico in deboli commedie) fatica a fare i conti con l’inaspettata celebrità e cede a poco a poco al rapporto che si crea con l’altro David (un ottimo Jesse Eisenberg) il quale a sua volta lascia prevalere la curiosità per l’uomo sull’invidia per il collega. E forse il sollievo di fronte alla fatica del vivere si può trovare più facilmente nella condivisione con un amico e in una sessione di balli di gruppo in una chiesa battista che in un salotto letterario.

Laura Cotta Ramosino